Storia del costume: La Moda negli anni ’60 del Novecento

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Dopo aver parlato della moda degli anni ’50, decennio del boom economico conseguente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, continuiamo il nostro discorso sulla moda attraverso i decenni del Novecento.


Finalmente siamo arrivati ai “mitici” anni ’60! 

Per parlarne a tutto tondo non basterebbe una vita, per cui vediamo quali sono le caratteristiche principali che devono avere i costumi teatrali per mettere in scena un’opera ambientata in questo periodo.

Gli anni Sessanta sono un periodo di importanti cambiamenti sociali ed economici. Il decennio si apre, già nel luglio del 1960, con un accordo tra sindacati e imprenditori, che sancisce la parità di retribuzione tra uomo e donna. Questo produce forti conseguenze per il settore dell’abbigliamento, che impiegava principalmente manodopera femminile, portando dunque ad un aumento dei salari e, di conseguenza, dei costi di produzione.

È il decennio in cui le masse acquisiscono una vera e propria coscienza sindacale, che culminerà nel biennio ’68-’69 con le lotte per l’abolizione delle gabbie salariali, grazie alle quali viene siglato un accordo, prima dalla piccola e media industria e poi dalla Confindustria.

Un po’ come quando il vecchio regime viene spodestato, le lotte sindacali di questi anni, porteranno il settore della moda a perdere il suo millenario privilegio di arte destinata solo a pochi.


Come dal punto di vista sociale si vede il nuovo contrapporsi al vecchio, anche nel campo della moda –principalmente nella prima parte del decennio – si vede la stessa cosa. Si possono individuare due direttrici principali: da una parte una moda tutta nuova e giovane, che va di pari passo con l’importante rinnovamento generazionale in corso; dall’altra uno stile più classico, più adatto alle vecchie generazioni che avevano visto la guerra, e che cercavano in tutti i modi di contrastare il nuovo stile, ritenuto spesso oltraggioso.

 

Mary Quant nel 1968, By Jac. de Nijs / Anefo – Nationaal Archief, CC0, Link

 

MARY QUANT: SCANDALIZZARE MA CON ALLEGRIA.

Importante fautrice del nuovo stile fu Mary Quant, che domina incontrastata dal 1965 al 1971.

La sua ascesa è rapidissima e la sua idea geniale è di alzare sopra al ginocchio la lunghezza della gonna. Nel suo primo negozio, Bazaar, crea delle collezioni in cui i colori contrastanti sono una consapevole provocazione per la società inglese che veste in grigio, beige o blu scuro. Il negozio non vende solo vestiti, ma anche borse, scarpe, cinture, tutto contraddistinto dal marchio della stilista, una margherita stilizzata.

Il mito della minigonna viene lanciato attraverso l’allora parrucchiera diciassettenne Leslie Hornby, passata alla storia come Twiggy. Magrissima, alta e con i capelli corti, alla maschietto. In tutto questo, però c’è molto poco di femminista: la minigonna e il suo stile in generale, volevano scandalizzare, ma con allegria, non volendo prendere sul serio la figura tradizionale della donna, senza mai deturparne il corpo, dissacrarlo o umiliarlo. Non a caso, proprio in questo momento che le gonne si fanno sempre più corte, spesso fino a mostrare le mutandine, la biancheria intima, si sposta dal tono sensuale a quello divertente.

Con l’espandersi della sua fortuna in tutta Europa nel 1967, molti creatori cominciano a ricalcarne le orme: i grandi sarti si dividono in due fazioni, chi ne è favorevole e chi la osteggia. La casa Dior, ad esempio condanna queste proposte, appellandosi all’antiesteticità anatomica del ginocchio. In generale benpensanti e religiosi si oppongono all’avvento della minigonna, che è ancora bandita dalle occasioni formali, dalla chiesa e dalle scuole.

Ma è con il ’68 che le distanze tra la nuova generazione e quella vecchia si fanno sempre più marcate.

L’eskimo, il maglione a collo alto e i jeans sono i capi designati a tale scopo. Si dissacrano le divise ufficiali, simbolo di un sistema vecchio, da combattere, e l’aumento della sensibilità verso temi come la guerra del Vietnam o la fame nei Paesi del Terzo Mondo, portano a sottoporre a pubblica condanna la moda, come simbolo della società dei consumi. Si cominciano a tirare uova marce sulle pellicce o sugli abiti firmati, poiché spendere per un abito la cifra che serviva per vivere una anno in un Paese del Terzo Mondo, era ritenuto immorale.

È in questo decennio che cominciano a riecheggiare  slogan e simboli della cultura hippie, e con essi il modo di vestire, con le stampe floreali, i gilet maxi, spesso lunghi fino a metà gamba, le frange e i capelli lunghi ed incolti. C’è da dire che pur essendo diventata un’icona dello stile anni ’60, la moda hippie nella realtà si limitava ad alcuni contesti specifici. Nel creare i costumi per uno spettacolo ambientato negli anni ’60 fate attenzione a non farvi prendere la mano e valutate con attenzione se per il personaggio in questione ha effettivamente  senso seguire la moda hippie.

 

 

AMORE-ODIO PER LA NUOVA MODA SULLE PASSERELLE UFFICIALI

A parte un primo periodo in cui le linee rimangono ancora quelle del decennio precedente, la moda ufficiale sfrutta tutte queste nuove tendenze e le rielabora dall’alto delle passerelle.

Già dal ’62, l’immagine della donna si è alleggerita, diventando più informale.

Sono anni in cui si vedono nascere vari fenomeni di costume, tra cui la moda Ye Ye, nome rubato ad un nascente genere musicale francese, che vede tra i suoi fautori, stilisti come Ted Lapidus, Louis Feraud e Real, molto amati da attrici come Brigitte Bardot, Catherine Deneuve e Sylvie Vartan.

Si tratta più che altro di tailleur formati da giacche corte e sagomate, gonne strette e dritte e cappotti con collo alla baby.

Per questo genere è Pierre Cardin a proporre le novità maggiori: cappotti con abbottonatura asimmetrica, copricapo a forma di casco abbinati all’abito ed in pelliccia.

È con il ’65 che i pantaloni vengono totalmente sdoganati e se ne vedono di tutti i tipi: a tuta, a fuseaux, a sigaretta; in lurex, finta pelle o maglia, con stampe etniche o floreali.

Sono anni in cui anche l’alta moda finalmente si apre al colore: capispalla e abiti vengono prodotti in toni molto sgargianti, a volte contrastanti, e con stampe geometriche: come ad esempio il famoso abito Mondrian di Yeves Saint Laurent.

La fine del decennio è influenzata dalla sperimentazione spaziale: le forme si fanno più geometriche, la linea è a trapezio e prevalgono le composizioni metalliche. Tra questi il più importante fu Paco Rabanne, che con elementi modulari, costruisce vesti-armatura coloratissime o metallizzate. Questo genere ha talmente fortuna che in Francia e in America vengono vendute scatole di componenti metallici o di plastica con cui comporsi da sole un miniabito.

Naturalmente anche la bigiotteria diventa molto diffusa e sgargiante più che mai, andandosi ad abbinare agli abiti.

 

LA TRASFORMAZIONE DELL’ABITO MASCHILE

Anche l’abito maschile, come quello femminile subisce importanti mutazioni e sperimentazioni.

L’abito continua ad avvalersi del taglio classico, ma lo studio delle nuove tendenze e della contro moda, porta molti stilisti ad importanti innovazioni. Compaiono, così, le prime giacche sahariane, con gli immancabili pantaloni corti coordinati e calzettoni al ginocchio, le giacche alla guru e quelle col collo alla Mao.

I pantaloni cominciano a stringersi e la vita scende di qualche centimetro sotto il punto naturale, antesignana della vita bassa, e si diffondono le cinture alte di pelle con grandi fibbie. È il decennio in cui i jeans diventano di uso quotidiano e comune, attraverso marchi come la Levi’s o la Wrangler, ancora molto conosciuti anche ai tempi nostri (in Italia vediamo la nascita della Rifle).

Ogni capo maschile, in questo decennio come anche in quello successivo, si caratterizza per una minore vestibilità.

Tutto si fa sempre più aderente, come ad esempio il maglione a collo alto: al comodo dolcevita, della fine del decennio precedente, si sostituisce un modello più aderente, quasi costrittivo, corto e dal collo più alto.


Tra le calzature più in voga, troviamo i mocassini, gli stivaletti alla Beatles, e per le occasioni meno formali anche le scarpe sportive.

 

 

REALIZZARE COSTUMI ANNI ‘60

Riepilogando, per mettere in scena un costume femminile anni ’60, le caratteristiche principali sono:


  • La silhouette predominante di questo periodo è quella trapezio. Un abito a tunica che si svasa verso il fondo, senza segnare la vita, con collo baby e magari con aggiunta di particolari come i bottoni giganti è tipico di questi anni.
  • Per un look più formale si predilige sempre il tailleur, ma con giacca corta che si abbina facilmente ad un tubino nero ad una gonna dritta che arriva al ginocchio.
  • Vanno molto di moda i colori e le fantasie accesi e contrastanti. Al tempo stesso vengono molto usate le geometrie e l’opposizione del bianco e nero: nasce infatti in questi anni l’op-art (op sta per optical, ma il fenomeno si svilupperà solo negli anni ’70)
  • Uno dei simboli più importanti del decennio è sicuramente la minigonna, inventata da Mary Quant, e resa possibile anche grazie alla commercializzazione del nylon e dell’invenzione dei collant.
  • Vengono totalmente sdoganati i pantaloni: a tuta, a fuseaux, a sigaretta; in lurex, finta pelle o maglia, con stampe etniche o floreali. Anche i jeans diventano di uso comune, ma solo per le occasioni più informali.
  • Un importante accessorio sono sicuramente gli occhiali da sole che, in questi anni, assumono le forme più disparate e ed a volte dimensioni giganti, come un po’ tutti gli accessori, le applicazioni e la bigiotteria del periodo: sempre un po’ fuori dalle righe.
  • Per enfatizzare la figura della donna bambina, Il make-up si concentra sugli occhi cercando di renderli grandi e sgranati, anche mediante l’utilizzo di applicazioni di ciglia artificiali ed importanti strati di eye-liner e mascara.

Per quanto riguarda il costume di un personaggio maschile degli anni ’60, le caratteristiche principali da tenere presenti sono:

  • L’abito formale non si discosta molto da quello del decennio precedente
  • Durante il corso degli anni i pantaloni, i maglioni a collo alto e le giacche cominciano a strettirsi sempre di più, tranne la parte finale della gamba del pantalone che invece va gradualmente ad allargarsi. Da questo decennio in poi, comincia a mutare anche la moda maschile, caratterizzandosi per una minore vestibilità rispetto ai decenni precedenti
  • Grazie alle influenze del movimento hippie anche i capelli dell’uomo cominciano ad allungarsi e con essi la barba o le basette.

 

Altri riferimenti utili per un costume teatrale anni ’60

Oltre alle indicazioni che trovi in questo articolo sulla moda degli anni Quaranta del Novecento, puoi visitare la nostra bacheca di Pinterest dedicata alla storia della moda e del costume. Se vuoi puoi anche iscriverti al nostro gruppo dedicato al mondo dei costumi teatrali, in cui puoi fare domande e condividere le tue esperienze e le tue realizzazioni!

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