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Playback Theatre e l’improvvisazione teatrale terapeutica

Playback Theatre e l’improvvisazione teatrale terapeutica

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Intervista a Mara Silvestri, pedagogista, formatrice, trainer e performer della scuola italiana, con sede a Bologna, sul Playback Theatre

“Credo in un teatro spontaneo. Credo in un teatro che si possa svolgere in qualsiasi posto. Credo in un teatro per ciascuno e per tutti”.

Sono le parole di Jonathan Fox, fondatore, nella metà degli anni ’70 del Playback Theatre. Si tratta di una particolare forma di improvvisazione teatrale, che permette la rappresentazione immediata delle storie delle persone tra il pubblico.

L’idea viene a Fox di ritorno da una missione di pace in una organizzazione non governativa. Decide infatti di restituire al pubblico quanto vissuto, rielaborando in parte le suggestioni dello psicodramma del medico e psichiatra Jacob Levy Moreno, in parte le forme di improvvisazione teatrale già esistenti per arrivare a creare una vera e propria scuola e metodologia, oggi riconosciuta e praticata in diversi Paesi.

Un primo piano di Mara Silvestri

Il Playback Theatre e le sue applicazioni

Moltissimi i contesti della sua applicazione a scopo terapeutico, educativo e psicosociale, senza dimenticare l’opportunità formativa che rappresenta per chi l’attore o il performer lo fa di mestiere.

Il Playback Theatre lavora infatti ad ampio spettro sia in ambito corporeo che psicologico, sia su quello relazionale, perché il tutto si svolge all’interno di una collettività. 

Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Mara Silvestri, che guida i corsi in una delle sedi della Scuola di Playback Theatre in Italia, a Bologna (l’altra è a Torino, diretta da Marco Finetto). Mara è psicologa, pedagogista, laureata all’Università degli Studi di Bologna. Si forma attraverso i corsi di Nadia Lotti, e insieme ai compagni di corso fonda la compagnia Open Playback che ad oggi si chiama compagnia Metamorfosi.

La sua preparazione è composta da  intensivi anni di ricerca e formazione con trainer di Playback Theatre nazionali e internazionali, connotati anche dall’incontro con esperienze di danza sensibile, biosistemica con il formatore Maurizio Stupiggia,Contact Dance e  laboratori con Tanino De Rosa. Poi, Mara Silvestri nel 2006 ha fondato la Open Playback Theatre, evoluta successivamante nellAssociazione Meta-Morfosi nell’ambito della quale vengono organizzate tuttora le attività della Scuola.

Il primo contatto con il Playback Theatre attraverso i testi di Luigi Dotti

Una foto della scuola di playback theatre dell'Associazione Meta . Morfosi, tenuta da Mara Silvestri
Una foto della scuola di playback theatre dell’Associazione Meta . Morfosi, tenuta da Mara Silvestri. Cover Photocredit Associazione Meta-Morfosi

Come sei entrata in contatto con il Playback Theatre e cosa ti ha colpito di più di questo tipo di approccio alla scena e alla drammaturgia?

“È stato grazie a mia sorella Simona Silvestri, che conduceva diversi laboratori di psicodramma. Mi ha avvicinato a questo approccio così particolare in cui c’è una contaminazione tra teatro e pratica corporea. Poi, attraverso i testi di Luigi Dotti ho conosciuto più dettagliatamente il metodo.

Quello che mi ha colpito di più è la possibilità, come diceva Fox, di un teatro accessibile a tutti, in cui si annullano le distanze tra il perfomer/attore e lo spettatore, attraverso la rappresentazione di tutte le storie, perché non esistono storie di vita banali.

Lo fa attraverso l’attivazione del corpo e dell’emozione della persona e solo in un secondo tempo subentra l’espetto tecnico. Questo, per me che vengo dalla psicopedagogia, è affascinante. Oltre al fatto che il PT rappresenta il trait d’union delle mie passioni che sono appunto la psicologia e il teatro.

La metodologia del Playback Theatre: la parte iniziale è guidata

In cosa consiste la metodologia?

“Si lavora su di sé, sul proprio corpo e sulla relazione, così come sui ruoli. Quelli sociali, quelli conosciuti e sconosciuti, per poter avere una cassa di risonanza emotiva, sia su di noi che sugli altri.

Si scardinano strutture e si smuovono blocchi nel corpo dell’attore, si lavora in profondità sulla capacità di ascolto dell’altro. Inoltre c’è una componente rituale che nel teatro non può mancare e che non è affidata all’improvvisazione. 

L’attore-direttore e il musicista, infatti, stimolano il pubblico su determinati temi attraverso la visione di immagini, video, l’ascolto di pezzi musicali su un determinato tema, ad esempio, il cambiamento.

Il pubblico racconta che cosa ha percepito, in una modalità che assomiglia molto al ritrovarsi intorno ad un fuoco, accentuando così il senso di appartenenza a una comunità dove paure ed emozioni diventano condivisibili e rielaborabili. Dopodiché l’attore-direttore accoglie un narratore tra il pubblico e inizia la parte legata alle improvvisazioni, in modo che tutte le storie del pubblico abbiano un substrato universale”. 

Avete un vostro manifesto?

“No, la nostra metodologia e di conseguenza anche la nostra pratica teatrale è basata principalmente sull’improvvisazione e sul requisito indispensabile del teatro qui e ora.

Anche le esperienze più belle vissute in scena sono legate indissolubilmente a quel momento e a quelle persone presenti in quella serata o in quel contesto che può essere lavorativo, scolastico, formativo per attori, ma non si ripeterà mai più quanto è stato detto e rappresentato. 

È vero tuttavia che spesso registriamo i nostri spettacoli e non ci dispiacerebbe creare un manifesto in grado di dare continuità a quanto appreso e dall’esperienza fatta in questi anni”. 

La scelta dei temi da trattare

Come scegliete i temi da proporre al pubblico?

“Spesso lo sceglie la committenza. Può essere una scuola di recitazione, una scuola di bambini o adolescenti. O ancora un’azienda oppure un progetto di carattere sociale del Comune su persone fragili come stranieri, disabili o senzatetto. Le potenzialità educative del teatro sono ormai riconosciute in modo abbastanza capillare in Italia. E la nostra metodologia è versatile e si presta ad affrontare le più svariate tematiche. 

Le più richieste sono quelle legate alla gestione dei conflitti tra le persone. Ma anche la consapevolezza di se stessi e del come abitare uno spazio e percepirlo come non alienante ma accogliente.

In questo la ritualità e la condivisione che permette l’esperienza del teatro è fondamentale. Nel PT si rappresenta il vissuto di quel gruppo. Si impara la tolleranza, l’ascolto dell’altro. Si impara cioè a vedere la realtà secondo la prospettiva di chi vive/lavora/impara al nostro fianco. E questo è possibile facendo emergere punti di vista, considerazioni, pensieri che altrimenti non sarebbero mai venuti alla luce nel contesto relazionale consueto.

Spesso è una prospettiva completamente diversa dalla nostra. Ma spesso ci si ritrova e ci si rispecchia nelle emozioni, nelle impressioni e nei comportamenti istintivi altrui. Così cadono i ruoli e le strutture. Si entra in empatia con l’altro/a e si colgono elementi della realtà e delle relazioni a cui prima non si era prestata attenzione”. 

Il Playback Theatre fedele alle sue origini

Playback Theatre. Una foto dalla scuola di Playback Theatre tenuta da Mara Silvestri.
Una foto durante le lezioni di Playback Theatre. Cover Photocredit Associazione Meta-Morfosi

Com’è cambiato il Playback Theatre rispetto alle sue origini secondo te?

“Non è cambiato. Si è mantenuta la sua finalità principale, quella di rendere il teatro accessibile a tutti e di non pensarlo attraverso categorie e strutture. Cioè di concepirlo sempre come spazio aperto alla relazione e alla contaminazione reciproca. Il fatto poi che abbia una connotazione internazionale e sia presente negli Stati Uniti come in Italia o nel Vicino Oriente, potenzia ancora di più questa sua caratteristica. 

La sede di Bologna, insieme a quella di Torino, almeno una volta l’anno si confronta con le altre realtà all’estero. Inoltre entrambe afferiamo alla Scuola Italiana di Playback Theatre, anche questa con sede a Bologna.

Vorrei anche aggiungere che noi divulghiamo e organizziamo diverse altre attività. Ad esempio all’interno dell’Università di Bologna-Facoltà di Scienze dell’Educazione, insegniamo tecniche di conduzione di laboratori e mediazioni artistiche corporee. Intrecciamo spesso la pratica teatrale con quella della biosistemica, che lavora sul rapporto tra corpo e gesto, per dare forma al sentire”. 

I punti di riferimento: Eugenio Barba e il Living Theatre

Dopo quanto tempo, con un seminario o un corso di Playback Theatre, vedete nelle persone i primi risultati?

“È la continuità della frequenza del corso che permette al corpo, gradualmente, di lasciar andare le frizioni e i blocchi e di assistere al cambiamento, che trova la sua massima restituzione alla fine, sul palcoscenico”. 

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel teatro?

“Sicuramente l’attore argentino César Brie, l’attore e regista Pippo del Bono, Eugenio Barba, il Living Theatre e la biomeccanica teatrale”.

Concludiamo con la bella frase tratta dal sito web della Scuola italiana di Playback Theatre dell’Associazione Meta-Morfosi:

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”

Citazione dello scrittore Italo Calvino

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