Come Vittorio Gassman è diventato “Il Mattatore”

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Vittorio Gassman è ormai universalmente riconosciuto come uno degli attori italiani più importanti e famosi del mondo.


La sua figura d’attore è praticamente qualcosa di mitologico.

A sentir nominare Vittorio Gassman è quasi impossibile non provare un fortissimo rispetto per questa enorme figura artistica.

Questo è il destino comune ai grandi attori che con il loro contributo sono entrati nella Storia.

Il loro essere artisti in qualche misura li spersonalizza e noi, gente comune, facciamo fatica a vedere in loro delle persone. Per quanto riguarda Vittorio Gassman, sembra quasi impossibile che anche lui, come qualsiasi altro essere umano, possa aver avuto difficoltà o ripensamenti circa la propria carriera.

Il suo essere un “divo” ci fa dimenticare che dietro c’è una persona in carne e ossa, esattamente come noi.


Per questo motivo, come ho già fatto per la grandissima Eleonora Duse, ho scritto l’articolo che stai per leggere. Penso sia curioso e interessante conoscere chi era Vittorio Gassman prima di diventare il Mattatore che noi tutti conosciamo e amiamo. 

Vittorio Gassman quando ancora non era Vittorio Gassman

Per sapere qualcosa di più su Vittorio Gassman, sulla persona che era e l’artista che ancora amiamo, ho comprato e letto (divorato :-p ) la biografia curata da Giacomo Gambetti “Il teatro e il cinema di Vittorio Gassman“. Sono così venuta a conoscenza di tantissimi episodi della vita di Gassman e di alcune sfaccettature del suo carattere davvero curiose e talvolta divertenti. Il volume è corredato, inoltre, da numerose  e belle fotografie inedite. Ci sono addirittura foto di Vittorio Gassman bambino, che subito ti presentano il Mattatore sotto un profilo decisamente più umano.

Conoscere il passato di Gassman e il suo carattere sicuramente ci aiutano a capire meglio il suo modo di approcciarsi al mestiere d’attore.  E a comprendere ancora meglio ciò che lui intendeva trasmettere con le sue interpretazioni teatrali e cinematografiche.

 

 

La Famiglia Gassman

L’unicità di un artista deriva molto spesso dall’ambiente in cui ha vissuto i primi anni di vita. Si tratta del periodo in cui le esperienze generano un primo germoglio dell’adulto che un domani si muoverà nella società.

Non si può quindi conoscere davvero bene un artista, se non si conosce qualcosa di quando era solo un bambino e un ragazzo.

Nel caso di Vittorio questo è particolarmente vero, perché il padre ha avuto su di lui una notevole influenza quando era piccolo.

Vittorio Gassman nasce a Genova il 1 Settembre 1922, qualche anno più tardi della sorella Mary. Suo padre Heinrich era un ingegnere tedesco, mentre sua madre si chiamava Luisa Ambron e era di origini toscane.

 

Il piccolo Vittorio e suo padre Heinrich

La famiglia Gassman era la tipica media famiglia borghese dell’Italia dei primi anni del Fascismo. Si trattava dunque di una famiglia di tipo patriarcale, in cui Heinrich era il principale punto di riferimento.

Vittorio era molto affezionato al padre e tra i due si  instaurò fin da subito un rapporto particolare, esclusivo. Lo stesso Heinrich sembrava avere una predilezione per il suo secondogenito, giocando e rapportandosi con lui con una complicità che sembra non aver avuto con l’altra figlia. 

Da adulto, Vittorio ricorderà il padre come “una specie di gigante, forte e allegro“. Ed è proprio l’ascendente che Heinrich esercitava sul piccolo Vittorio a contribuirne la formazione del carattere.

“Mio padre era un gigante: alto un metro e novanta, pesava centodieci chili, fumava un’enorme pipa di radica in cui stivava un’esplosiva mistura di toscani mozzicati e fermentati all’alcool. Fu il primo e più folgorante personaggio che io incontrai, una specie di Lupo Larsen londoniano, di sorprendente forza e di ancora più sorprendente dolcezza. […] Le mie inclinazioni stesse promanavano da lui, erano delle gioiose obbedienze…” da Mio Padre in “Edipo re racconta la sua vita”.

La stessa prestanza fisica del padre ha influenzato il carattere di Vittorio. Non è certo un caso che Gassman nella sua autobiografia “Edipo re racconta la sua storia” metta in evidenza la fisicità di Heinrich. L’ingegnere tedesco era infatti una persona fisicamente imponente, ed era un grande amante dello sport, che praticava e seguiva assiduamente. 

Suo padre è stato il primo esempio di uomo che Vittorio ha conosciuto e amato. Un uomo forte e autorevole che, a ben guardare, ben si sposava con la propaganda fascista dell’epoca. Ma Heinrich era anche un uomo buono e spiritoso. E anche questo suo lato del carattere ha sicuramente influito a formare il Vittorio Gassman autoironico che conosciamo.

Gassman nella sua vita è sempre stato molto atletico e la ferrea disciplina che imponeva a se stesso e agli altri durante le prove è una disciplina che deriva dallo Sport, da lui praticato con grande passione, impegno e senso del dovere.

Lo sport è stato, infatti, fondamentale per Gassman fin da quando era piccolo. E anche questo aspetto, come accennato, è legato a doppio filo con la figura paterna: è infatti con dolcezza e nostalgia che Vittorio ricorda le domeniche passate allo stadio, con Heinrich.

E il teatro?

Almeno durante tutta l’infanzia, Vittorio sembra essere davvero poco interessato al teatro. D’altronde questa era una passione della mamma e, nonostante Vittorio le volesse un gran bene, lui non aveva occhi che per il padre.

“… Tutte le domeniche la famiglia si biforcava: mia madre e mia sorella andavano a teatro, io e mio padre uscivamo in gita o andavamo allo stadio; una sola volta ci accodammo alle donne e ci inoltrammo in un palco di terz’ordine del Teatro Valle, salvo a uscirne poco dopo perché entrambi soffrivamo di vertigini…”

(da Mio Padre in “Edipo re racconta la sua vita”)

 

Nonostante questo, germogliava già nel piccolo Vittorio il grande attore che diventerà da adulto. La mamma Luisa, infatti, non ha mai mancato di raccontare un episodio curioso, che ha per protagonista un Gassman di tre anni e la sua formidabile memoria (uno degli aspetti fondamentali del mestiere dell’attore) :

“… aveva imparato a memoria una lunga poesia, che faceva parte del programma della sorella Mary, alunna delle elementari, ascoltandola non più di due o tre volte da lei che la ripeteva ad alta voce. Lo sa il cielo come Toto fosse riuscito ad impararla”

(dal servizio di Noemi Lucarella “Vittorio Gassman racconta” in Novella del 20 ottobre 1957)

 

Sempre la madre, orgogliosa di aver scorto per prima in Vittorio la predilezione per la recitazione, ci racconta un altro episodio importante che fa intuire quanto il Gassman Attore fosse in quegli anni solo nascosto ma ben vivo.

Un anno, per Natale, Vittorio e sua sorella ricevono in dono un teatro delle marionette. I due fratelli decidono quindi di mettere in scena “La partita degli scacchi” e Toto mostra subito le sue grandi doti recitative, sebbene fino ad allora non avesse mai provato a recitare niente, se non qualche poesia a scuola.

Il problema è che Vittorio, a causa della grande influenza che il padre esercitava su di lui, ha sempre trascurato l’aspetto spiccatamente teatrale del suo carattere. In cuor suo, voleva diventare in tutto e per tutto come Heinrich. Per questo motivo si è sempre impegnato a fondo nello sport, perché aveva in testa l’ideale di uomo prestante ed energico che la figura di suo padre gli aveva trasmesso.

La morte del Padre e l’Adolescenza

Nel 1936 il gigante buono e allegro di Heinrich se ne va per sempre, stroncato da una brutta peritonite che non gli lascia scampo. Vittorio aveva solo quattordici anni e tutto il mondo sembra crollargli addosso. Non solamente dal punto di vista emotivo, ma anche dal punto di vista pratico ed economico.

Ma forse, soprattutto dal punto di vista artistico, la morte di Heinrich è stata il là che, seppur con gradualità, ha fatto fiorire il Mattatore che tutti noi conosciamo.

La famiglia Gassman aveva avuto, fino a quel momento, come unico punto di riferimento Heinrich e sembrava ormai essere perduta. Fortunatamente pure mamma Luisa era una donna forte e determinata e, seppur facendo mille sacrifici, è riuscita a tenere unita la famiglia e a superare quel bruttissimo lutto.

“…  la sua scomparsa mi fulminò e mi sbloccò insieme […] Fu violenta e spettacolare , come ogni cosa che egli era e faceva. Fu decisiva per tutti noi…”

(da Mio Padre in “Edipo re racconta la sua vita”)

Qualche anno prima della dipartita di Heinrich la famiglia Gassman si era trasferita da Genova a Roma, dove Toto ha frequentato il Liceo Classico “Tasso”.

È proprio in questi anni che in Vittorio si sviluppa un’altra e inedita sfaccettatura del suo carattere. La frequentazione del liceo lo fa entrare in contatto con l’arte e la poesia, in particolar modo quella ermetica, contribuendo alla nascita e allo sviluppo del lato artistico della sua personalità.

Negli anni del Liceo va rafforzandosi il carattere peculiare e spesso contraddittorio di Toto, in eterna lotta tra l’uomo sportivo e disciplinato e l’uomo artista e sentimentale.

In Vittorio, durante l’adolescenza, si faceva sempre più strada una forte insofferenza verso le regole e il conformismo.

Tuttavia, il suo grande amore per lo sport e la disciplina, influenzato anche dalla propaganda fascista di quegli anni, erano ancora un elemento forte e determinante del suo modo di essere e che entrava in contrasto con la sua avversione al convenzionalismo, facendo del giovane Gassman un ragazzo dal carattere irrequieto.

In questi anni liceali, il teatro non è tra i principali interessi di Vittorio.

L’influenza del padre è ancora piuttosto forte, per cui al di fuori dell’orario scolastico Toto si impegna soprattutto nelle discipline sportive, per rafforzare il suo fisico gracilino. Frequenta così una società sportiva e in poco tempo primeggia nel Basket con la squadra Parioli, partecipando anche ad alcuni incontri internazionali. Nello stesso periodo entra a far parte della piccola compagnia di recitazione vicina al suo gruppo sportivo, più per accontentare la madre che per genuino interesse, dando comunque prova di notevoli doti recitative in ogni messinscena.

 

L’Iscrizione alla Regia Accademia d’Arte Drammatica

Questo suo carattere inquieto determina le scelte successive di Vittorio. Dopo il liceo, si iscrive infatti alla facoltà di Legge, sebbene la sua massima aspirazione fosse quella di diventare uno scrittore o un poeta. Allo stesso tempo, mamma Luisa lo spinge ad iscriversi nell’ottobre 1941 alla Regia Accademia d’Arte Drammatica, che Vittorio frequenta con perplessità, convinto che la sua strada non fosse certamente la recitazione.

Il fondatore dell’Accademia era il critico teatrale Silvio D’Amico, che aprì la scuola qualche anno prima, nel 1935.

Attraverso la sua accademia l’obiettivo di Silvio D’Amico era ambizioso: istruire nuove generazioni di attori e registi che potessero, in futuro, svecchiare il teatro italiano.

In quegli anni, negli altri paesi europei l’innovazione della regia aveva già preso piede, modernizzando il modo di fare teatro.

In Italia, invece, il teatro era ancora fortemente legato al fenomeno del “divismo” dei grandi attori. La scelta dei testi da mettere in scena e le stesse messinscene erano perciò tese ad esaltare sempre e solo il grande attore sul palcoscenico. Chiaramente, il ruolo del regista era quasi del tutto nullo e marginale. E il teatro finiva per essere solamente un fenomeno esteriore, seppur fatto con passione.

Silvio D’Amico voleva togliere la dimensione del “divismo” dal teatro italiano rendendolo una forma espressiva culturale e impegnativa, dove il ruolo del regista e la sua visione unitaria dello spettacolo potessero avere un’importanza rilevante. E dove anche gli attori recitassero partendo non solo da una passione ma anche da interessi culturali ed intellettuali.

Vittorio è subito catturato dalla visione del teatro di Silvio D’Amico. E così, con il passare del tempo, la sua dimensione di uomo d’arte e intellettuale trova sempre maggiormente la sua espressione ideale nel teatro.

Vittorio iniziava così a frequentare le lezioni presso l’Accademia con sempre maggior interesse, a discapito delle lezioni di Giurisprudenza. E a poco a poco il teatro diventava sempre più importante, tanto da equipararsi allo sport. Anzi, lo sport diveniva sempre più uno dei mezzi attraverso i quali Vittorio faceva teatro. E trasferì nel teatro lo stesso impegno e la stessa disciplina che metteva nello sport.

Gassman ricorda quel periodo con piacere, perché all’interno dell’Accademia ha incontrato vecchi e nuovi amici: con lui si era iscritto il vecchio compagno liceale Luigi Squarzina e proprio all’Accademia è nata la sua solida amicizia con il futuro regista Luciano Salce

“Il Gruppo”

Nel periodo in cui Vittorio ha frequentato la scuola di D’Amico, c’erano molti altri studenti davvero molto promettenti e da un background culturale ed intellettuale notevole tanto da alzare l’asticella della qualità dell’Accademia stessa.

Molti di questi ragazzi in quel periodo hanno stretto amicizia tra loro e con lo stesso Vittorio. Diversi di questi poi hanno creato con Gassman una compagnia teatrale all’interno dell’Accademia stessa, chiamata “Gruppo”.

Il “Gruppo” era formato da undici allievi dell’Accademia, uniti dalla volontà di fare un tipo di teatro diverso da quello corrente. Un teatro che fosse culturalmente e civilmente impegnato e che potesse scontrarsi con il conformismo imperante di quel periodo.

Attraverso il “Gruppo”, Vittorio ha così trovato un modo per esprimere la sua insofferenza per la routine.

Ed è proprio la sua paura per la routine e la mediocrità che ha portato Toto, fin da quando era solo un allievo dell’Accademia, a confrontarsi con personaggi e opere teatrali insoliti. Durante gli anni dell’Accademia si è quindi confrontato con Montale, Quasimodo, Eilke ed altri autori che si allontanavano molto da quelli tradizionalmente presi in considerazione.

L’anticonformismo del “Gruppo” infine ha avuto finalmente modo di esprimersi in occasione del saggio finale del secondo anno, nel 1943. Il “Gruppo” in quell’occasione andò in scena con interpretazioni anticonvenzionali e davvero sbalorditive, se rapportate al regime fascista ancora vigente, sebbene ormai prossimo alla sua fine.

L’Abbandono dell’Accademia.

La frequentazione dell’Accademia ha dato l’opportunità a Vittorio di conoscere svariate personalità che già lavoravano assiduamente nel teatro e perciò, non appena gli si  presenta l’occasione di avere un vero e proprio ingaggio, decide di non farselo scappare.

A termine del secondo anno dell’Accademia, si presenta nell’ufficio del preside D’Amico per chiedergli il permesso di debuttare a Milano, assieme ad Alda Borelli nello spettacolo “La Nemica” di Nicodemi.

Silvio D’Amico, seguendo le ferree regole dell’Accademia, gli nega il permesso.

Ma a Vittorio importa poco. Quella per lui era un’occasione troppo ghiotta per rinunciarvi e decide così, nel  luglio del 1943 di abbandonare l’Accademia.

” […] il fatto è che due giorni dopo [ ndr. il diniego da parte di Silvio D’Amico]  prese il treno e partì con una grossa valigia, in cui ballavano uno smoking decisamente fuori moda e il ripugnante testo di Niccodemi”

(L’Educazione teatrale” di Vittorio Gassman e Luciano Salce. Parte prima, capitolo VII “A metà luna”.)

La Gavetta.

Da questa prima esperienza milanese ha inizio la gavetta di Vittorio.

I primi anni di carriera sono quindi un susseguirsi di ruoli e ingaggi differenti. Nel ’43/’44  è di nuovo a Roma e lavora nella Compagnia di Elsa Merini al teatro Eliseo e al teatro Quirino.

Sempre nello stesso periodo Vittorio, coinvolgendo alcuni amici del “Gruppo” ha portato avanti un primo e goliardico tentativo di professionismo, senza una vera e propria organizzazione. Ne consegue che la “Compagnia della nuova scena” nasce e vive giusto per un paio di spettacoli.

“… Non si può dire che fosse un modello di organizzazione, piuttosto un esempio di fatal guitteria… Cecoff vi fece le spese come auotre, il Cecoff comico ed insidioso degli atti unici: “Una domanda di matrimonio, “L’anniversario”, “L’orso”. Avevamo già recitato quelle scene in Accademia; l’unico apporto nuovo fu di contatto con un palco autentico  più solido e  rischioso delle piattaforme di scuola. Per il resto, ci buttammo con discreta dose di faccia tosta, affidandoci temerariamente ai due o tre istinti di cui ci sentivamo sicuri…”

(“L’Educazione teatrale” di Vittorio Gassman e Luciano Salce, Parte prima, capitolo VII “A metà luna”.)

A queste esperienze si aggiunge, nel 1944  l’ingaggio a Milano presso la Compagnia di Laura Adani.

“Domani parto per il Nord. Vado nella Compagnia di Laura Adani. Ci vado con il ruolo di primo attore a vicenda e paga di 400 lire giornaliere; ci vado con mia moglie, perché tre ore prima mi sposo con Nora Ricci, figlia occhiglauca di Renzo e Margherita Bagni, nipote di Ermete Zacconi. Ci vado per la durata di mesi tre, sperando che la guerra non mi blocchi al Nord.”

(“L’Educazione teatrale” di Vittorio Gassman e Luciano Salce, Parte prima, capitolo VII “A metà luna”.)

Speranza non esaudita. La Seconda Guerra Mondiale ha infatti costretto il giovane Vittorio a soggiornare a Milano fino al 1945.

L’esperienza con la Compagnia Adani è stata importante per Gassman perché è con essa che ha avuto la sua prima e vera soddisfazione di “carriera professionale“. Con Laura Adani ha il “nome in ditta” ed è attraverso questa compagnia che ha la possibilità di imparare “il mestiere nei suoi più pratici e minuti dettagli.” (“Settimo giorno” autobiografia di Vittorio Gassman)

È soprattutto nel periodo con la compagnia Adani che Vittorio capisce lucidamente che la sua vera natura è quella dell’attore, e affronta quindi questo mestiere con rinnovata passione e serietà.

Tra il 1945 e il 1947  Vittorio porta avanti svariate esperienze lavorative con differenti compagnie teatrali, soprattutto nella città di Roma. Tra queste, decisive sono state le sue prime esperienze nelle regie teatrali di Luchino Visconti, che assieme all’esperienza con l’Adani, hanno contribuito alla nascita di un primo progetto professionistico di Vittorio, la “Compagnia Maltagliati – Gassman”

La “Compagnia Maltagliati – Gassman”

Vittorio inizia l’avventura con la “Compagnia Maltagliati – Gassman” nel 1947/1948.

Questa volta Vittorio porta avanti un’organizzazione professionale senza dubbio più qualificata, riuscendo così a trovate teatri e pubblici “veri”, senza quel pressappochismo che distingueva la precedente esperienza della “Compagnia della nuova scena”.

La “Compagnia Maltagliati – Gassman” era per Vittorio la concretizzazione del sogno utopistico del “Gruppo” ai tempi dell’Accademia. Motivo per cui Toto impone i nomi di Salce, Suqrzina e Adolfo Celi come registi e attori nelle varie messinscene.

Con questa sua compagnia, la scelta dei testi poteva finalmente essere fatta seguendo il criterio di orginalità e di spregiudicatezza che da tempo Vittorio voleva sperimentare. Contemporaneamente però, complici l’esperienze lavorative passate, Vittorio cercava di seguire anche i gusti del pubblico.

I testi scelti erano, generalmente, testi contemporanei o di grandi autori come: “L’aquila a due teste” di Jean Cocteau e “Antony” di Alexandre Padre con la traduzione dello stesso Gassman e “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller.

Il 1948 è un anno decisamente importante per Vittorio: in occasione di una tournée della Biennale di Venezia a Parigi e a Londra, incontra per la prima volta il teatro classico greco con l’ “Edipo Re” di Sofocle. Si tratta di un’opera che ha stregato fin da subito Gassman e a cui tornerà più di una volta, nel corso della sua carriera.

L’ “Oreste” con Luchino Visconti

Il 1948 è anche l’anno in cui Vittorio incontra nuovamente Luchino Visconti, che lo vuole nel suo “Oreste” di Vittorio Alfieri. Questa sua esperienza nella compagnia di Luchino Visconto, sebbene sia durata appena il tempo di una stagione teatrale, è stata determinante per Vittorio.

Visconti era già una personalità predominante e forte del teatro italiano e Toto apprende da lui un modo di fare teatro che successivamente farà suo.

Impara l’importanza della “unitarietà” che deve presiedere in ogni messinscena e il valore dell’interpretazione storica dà dare ai testi teatrali quando si prepara uno spettacolo.

Due concetti che deciderà di mettere in pratica, non appena avrà occasione di portare avanti una regia teatrale.

Tra il 1949 e il 1950 Gassman non si risparmia e accumula esperienze lavorative una dietro l’altra. Recita così nel “Troilo e Cressida” di Shakespeare a Firenze al Giardino dei Boboli per il Maggio Musicale. Poi interpreta Dioniso nella messinscena delle “Baccanti” di Euripide al Teatro greco di Siracusa ed è poi il Messo nei “Persiani” di Eschilo. A Verona invece interpreta Romeo in “Romeo e Giulietta”.

In quei due anni Vittorio lavora e viaggia in lungo e largo, alternando teatro e cinema. Aveva infatti iniziato qualche anno prima, nel 1946, la sua carriera cinematografica che però, al momento, stenta ancora a decollare.

Vittorio diventa “Primo Attore” e Capocomico

Concluse le esperienze lavorative con la Maltagliati Gassman e con Luchino Visconti, Vittorio acquista una notevole maturità professionale. Siamo nel 1950 e si prende coscientemente e attivamente la responsabilità degli spettacoli, sia nei confronti del pubblico che nei confronti di se stesso.

Tra il 1950 e il 1951 il nome di Vittorio Gassman inizia ad essere noto negli ambienti teatrali come il più famoso e più giovane “Primo attore” italiano. Questa notorietà non fa comunque perdere l’obiettivo principale di Vittorio di fare un teatro culturalmente impegnato.

Questi sono anche gli anni in cui Vittorio lavora come “Primo attore” e capocomico presso il “Teatro Nazionale” diretto dal grande regista Guido Salvini. In questo periodo il solo legame con i tempi dell’Accademia è costituito dalle regie di Luigi Squarzina all’interno della compagnia.

L’esperienza con il “Teatro Nazionale” di Guido Salvini è una vera e propria esperienza da “Capocomico”. Gassman ha sempre disprezzato questo termine,  perché gli ricorda fin troppo da vicino un teatro che sa di “polveroso e raffazzonato, avventuroso e provvisorio“. 

Con Guido Salvini ha quindi portato avanti un tipo di teatro ben lontano dalla visione unitaria che aveva ereditato da Luchino Visconti. Tuttavia ha sempre riconosicuto l’importanza di questa esperienza, perché è parte della sua gavetta e per il fatto che grazie al Teatro Nazionale si cimenta per la prima volta nella regia.

La prima regia teatrale

La prima regia di Vittorio è il “Peer Gynt” di Ibsen con la traduzione di Gassman stesso.

È un punto di svolta della sua carriera, sebbene si tratti di una regia piuttosto acerba.

In questa occasione Vittorio aveva affidato a se stesso la parte del protagonista, per cui durante la messinscena aveva riservato la maggior parte delle sue energie per il lavoro del Gassman attore, piuttosto che per il Gassman regista. Ne deriva quindi una regia poco precisa dal punto di vista stilistico.

L’esperienza è comunque importante perché pone le basi per quella che sarà, in futuro, la sua visione di regia teatrale.

Nel 1958 infatti Vittorio dichiara che il regista all’interno della messinscena occupa l’importante ruolo del mediatore tra l’autore del testo e l’attore. Il regista non è per lui il fautore dello spettacolo. I veri creatori dello spettacolo sono in realtà l’autore e gli attori.

È perciò a causa di questa visione della regia che Vittorio Gassman durante la sua carriera ha collaborato davvero poco con registi teatrali dalla forte personalità, come lo stesso Luchino Visconti e Giorgio Strehler, i quali riconoscono invece alla regia un ruolo predominante nella messinscena.

“… Cioè per me la funzione del regista o del direttore (lo si chiami come lo si vuole), in teatro è una funzione fondamentale ma intermedia, fra due elementi primitivi e principali che sono il testo e l’interprete […] Cioè, il creatore, in teatro, è una staffetta a due braccia, di cui il primo braccio, il fondamentale è l’autore e il secondo l’attore. Fra questi, il regista esercita una funzione di inquadramento, di armonizazzione, di dettaglio, di orchestrazione, insomma, che è importantissima ma non è l’essenza del teatro, secondo me. E quando invece diventa tale, cioè diventa l’unica ragione d’essere e prevale sugli altri due elementi, secondo me si è fuori strada”. “La regia”, Vittorio Gassman

Sempre all’interno del “Teatro Nazionale, dopo la regia del “Peer Gynt”, Vittorio affronta una seconda regia con un testo teatrale di un autore italiano, “Il giocatore” di Betti.

Segue quindi una tournée nell’estate del 1951, che lo porta in Sud America, assieme all’amico Squarzina. In questa occasione si cimenta nell’interpretazione e nella regia dell “Oreste”. Contemporaneamente, porta in scena anche due valide opere “da esportazione”: “La vedova scaltra” di Goldoni e “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello. Due messinscene che però Vittorio non ha mai allestito anche in Italia.

Il neo Divismo di Vittorio Gassman

Dopo la proficua parentesi lavorativa con il “Teatro Nazionale” di Guido Salvini, Vittorio acquisisce ancora più notorietà. I primi anni cinquanta sono infatti gli anni dei “recitals” in cui ancora una volta mostra all’Italia e al mondo le sue straordinarie doti recitative. Queste esperienze contribuiscono a rendere Vittorio ancora più consapevole delle sue qualità artistiche.

I tempi sono quindi maturi per tentare di portare avanti un sodalizio lavorativo con l’amico di sempre, Luigi Squarzina.

Vittorio Gassman mentre interpreta Amleto. Fonte: Wikipedia

Il “Teatro D’Arte Italiano”

Nel 1952 Vittorio e Luigi fondano insieme il “Teatro D’Arte Italiano”.

L’obiettivo era quello di portare avanti un teatro di impegno culturale, sia coi i classici che con testi teatrali di autori nazionali, attraverso messinscene che si basassero sull’integrità dei testi teatrali stessi.

Le esperienze lavorative passate e quelle comuni di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina contribuivano quindi a consolidare un rapporto lavorativo basato non solo sull’amicizia ma anche e soprattutto su fiducia e stima. E allo stesso tempo, davano alla compagnia un carattere di semi stabilità.

La nuova compagnia di Vittorio e Luigi inizia la sua attività mettendo in cartellone un classico di Shakespeare di sicuro richiamo, l'”Amleto” nel 1952/53.

Gli intenti di Gassman e Squarzina circa il loro “Amleto” rispecchiavano perfettamente i principi cardine del “Teatro D’Arte Italiano”, come si intuisce dalle note allo spettacolo scritte da Vittorio e Luigi stessi:

“Nel proporre una nuova edizione dell’ “Amleto” sulle scene italiane, primo scopo e determinante, era di restituire alla tragedia la sua integrità; rotto un uso secolare di mutilazioni o di divulgazioni malintese, il teatro doveva apparire non soltanto nella sua vastità, ma nel suo linguaggio, nel suo ambiente naturale, nel suo ritmo, nella sua struttura, affinché il personaggio, svincolato dai luoghi comuni romantici e post-romantici, potesse ritrovare la sua coerente funzione di specchio di un’età in crisi

Questa messinscena di “Amleto” è stata decisamente importante per Vittorio, perché oltre ad essere stata una straordinaria prova d’attore, è anche stata la sua definitiva consacrazione come regista teatrale.

L'”Amleto” ha quindi creato una sorta di “gassmanìa, portando Vittorio ad essere il “neo divo” del teatro italiano.

Chiaramente gli obiettivi di questa messinscena erano ormai in parte disattesi perché in realtà nel cuore degli spettatori era rimasta soprattutto la performance entusiasmante di Vittorio.

E questo tradiva gli obiettivi principali della stessa compagnia “Teatro D’Arte Italiano” che voleva portare avanti un teatro culturalmente impegnato, senza la dimensione del divismo.

La collaborazione artistica tra i due amici, nonostante questo “incidente” ha continuato ad esistere, facendo di fatto continuare a vivere la neo compagnia.

Un’altra messinscena importante è sicuramente quella del testo scritto da Squarzina “Tre quarti di luna“, terzo spettacolo della compagnia, con la regia di Vittorio.

Lo spettacolo sembrava riportare la compagnia sui binari giusti. Era l’atto concreto di uno degli obiettivi principi del “Teatro D’Arte Italiano”: diffondere e portare al pubblico un repertorio italiano impegnato.

E “Tre quarti di luna” era un testo perfetto perché era di un autore ancora sconosciuto al grande pubblico e che era degno di essere riscoperto.

Per quanto riguarda Vittorio, che in questo spettacolo ha ricoperto anche il ruolo attore, “Tre quarti di luna” è stata l’occasione per mettersi ulteriormente in gioco come interprete., dandogli l’occasione di recitare una parte per lui insolita.

Inoltre, “tre quarti di luna” è stato anche un modo speciale per ringraziare sua mamma, esaudendo il suo desiderio di essere un’attrice affidandole una parte nello spettacolo.

È però con la messinscena “Leonora” che viene segnata definitivamente la fine del “Teatro D’Arte Italiano”. Un insuccesso che ha disatteso definitivamente gli obiettivi della compagnia stessa.

Fortunatamente, complice la grande amicizia e la stima reciproca, la fine del “Teatro D’Arte Italiano” non ha portato alla fine del sodalizio artistico tra i due artisti.

Successivamente, nel 1954, Vittorio e Luigi hanno lavorato fianco a fianco per la messinscena del “Prometeo Incatenato” al teatro antico di Siracusa. Uno spettacolo di enorme successo, che è stata un’ulteriore conferma sia per Squarzina come regista, che per Gassman come attore.

La Compagnia “Gassman” e la consacrazione del successo

Il successo al Teatro Antico di Siracusa fu grande, ma tuttavia Vittorio sapeva molto bene che quello era un pubblico ristretto.

Il suo obiettivo era invece raggiungere un pubblico decisamente più ampio ed era ben conscio della sua popolarità sempre più crescente.

Per questo motivo, nel 1955 fonda la Compagnia “Gassman”.  Vittorio ha così sfruttato la sua popolarità per portare avanti un tipo di teatro culturalmente impegnato, facendo però anche attenzione ai gusti del pubblico italiano.

Con la Compagnia “Gassman”, Vittorio tradisce il carattere introspettivo della visione del “Teatro D’Arte Italiano”, che poneva poca attenzione ai gusti del pubblico, mettendo in scena solo ciò che veniva ritenuto giusto mettere in scena.

Vittorio, al contrario, fin dai tempi del “Teatro D’Arte Italiano” era maggiormente attento a ciò che si può fare e che può essere accettato e apprezzato dal pubblico. Questo non significava per lui assecondare il pubblico acriticamente, ma di far un teatro intellettualmente elevato che possa raggiungere un pubblico più vasto possibile.

Vittorio ha così messo in scena svariate opere teatrali, culturalmente impegnate ma anche adatte per mettere in risalto le sue doti recitative. E la sua popolarità cresceva a dismisura.

Nel primo anno di vita della sua compagnia omonima, Vittorio ha messo in scena svariati testi teatrali, tutti intelletualmente impegnati ma anche fautori di quella “gassmanìa” che già aveva fatto capolino conl’ “Amleto” del Teatro D’Arte italiano”: “Edipo Re” di Sofocle, “Sangue Verde” di Silvio Giovannetti e l’importante “Kean, genio e sregoaltezza” di Dumas – Sartre.

E poi, successivamente Vittorio è tornato a mettere in scena l'”Oreste” di Alfieri e altri testi teatrali di autori nazionali a lui contemporani.

Il successo e la critica

Tra le varie messinscene della Compagnia “Gassman” quella più importante per Vittorio stesso è sicuramente “Kean”.  L’opera  di Dumas – Sartre è la storia di un grandissimo interprete del primo Ottocento inglese. Un divo che è benvoluto e carismatico, ma anche violento e spesso volgare. Una sorta di antieroe, pieno di luci e di ombre.

“Kean” sembra quindi il personaggio ideale per un grande interprete come Vittorio. Ma non è stato solo questo. “Kean” è stato anche il suo modo di riscattarsi dai critici che lo chiamavano”gigione”, polemizzando il suo modo di fare teatro. 

Forse questo tipo di critica non era del tutto infondata. Lo stesso Vittorio ha espresso, più di una volta, la sua simpatia per il teatro ottocentesco e soprattutto per l’individualità che si respirava in quegli anni con il fenomeno del “divismo”. Questo non toglie che Vittorio ha sempre riconosciuto una funzione culturale e intellettuale del teatro.

Ad ogni modo, con le svariate messinscene della sua compagnia omonima, prima fra tutte proprio lo stesso “Kean”, Gassman ha voluto dimostrare di non essere un “gigione”. E lo ha fatto portando avanti una forte autocritica, legata a quell’autoironia che lo ha distinto e caratterizzato da sempre.

Vittorio diventa “Il Mattatore”

Contemporaneamente alla sua attività teatrale, Vittorio si è sempre preoccupato di lavorare anche nel cinema e nella televisione. Il suo lavoro d’attore si esplicava infatti anche attraverso queste due diverse forme d’arte e di intrattenimento.

In televisione, ad esempio, ha spesso portato avanti come regista e attore gli sceneggiati delle sue messinscene teatrali più famose, come l’Amleto o l’Otello di Shakespeare.

Tuttavia il successo arriva enorme e inaspettato nel 1959 con il programma televisivo “Il Mattatore” che fece conoscere e amare Vittorio dal grandissimo pubblico televisivo.

Ed è proprio grazie a questo programma che Vittorio Gassman è diventato “Il Mattatore” che noi tutti amiamo.

 

Cosa possiamo imparare dalla storia di Vittorio Gassman?

Leggere chi erano i grandi artisti prima di diventare famosi oltre ad essere interessante può essere anche fonte di ispirazione. La loro storia può insegnarci qualcosa. Nel caso di Vittorio Gassman credo che questo sia particolarmente vero.

Innanzitutto ho trovato davvero curioso il fatto che sia stata la madre a spingere Vittorio a fare teatro, quando spesso succede esattamente il contrario.

Quante volte sono proprio i genitori che in buona fede tendono a tarpare le ali ai propri figli talentuosi?

La mamma di Vittorio, invece, è stata la prima ad individuare nel figlio il talento della recitazione e ha saputo spingerlo verso la strada giusta, anche quando lui per primo non ne era per niente convinto.

Sono stati gli anni all’Accademia che hanno fatto capire allo stesso Vittorio che il teatro e la recitazione erano fatti per lui. Lì ha scoperto il proprio talento.

Ma il talento da solo non basta a far diventare attori o addirittura divi.

Il talento va saputo coltivare. Ed è quello che ha fatto Vittorio.

Vittorio non solo si è messo in discussione un sacco di volte, ma ha avuto anche la prontezza di cogliere al volo le opportunità che gli si presentavano davanti. Ad esempio, il suo abbandonare l’Accademia per interpretare una parte nello spettacolo “La nemica” di Nicodemi gli ha aperto le strade alla professione dell’attore, anche se in un primo momento può essere sembrato un azzardo.

Certo, non sempre le cose sono andate come lui avrebbe voluto, ma non si è mai dato per vinto e si è sempre impegnato al massimo per raggiungere i suoi obiettivi, conscio del suo grande valore di interprete.


La storia di come Vittorio ce l’ha fatta ci insegna che oltre al talento c’è bisogno anche di intuizione, determinazione e sicurezza in sé stessi.

La storia di Vittorio ci insegna che bisogna credere in sé stessi per riuscire a farcela, senza tuttavia rinunciare ad un’autocritica e ad un pizzico di autoironia, necessari per migliorarsi giorno dopo giorno.


Se hai letto l’articolo fino a questo punto, significa che ti sei appassionato anche tu alla storia di Vittorio, quindi ti chiedo di condividere questo articolo con i tuoi amici in modo che la sua vita possa essere fonte di ispirazione per qualsiasi attore o attrice italiano.

Ci vediamo la prossima volta, con la storia di un altro importante e amato interprete nostrano!

 

 

 

 

 

 

 

 

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