Alla riscoperta dell’esotico teatro orientale

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L’incanto dell’Oriente da sempre riporta la mente a un mondo lontano, ad antiche tradizioni e affascinanti rituali. Ai kimoni riccamente decorati, all’inebriante profumo dei fiori di ciliegio…e alla tecnologia, ai manga, al sushi…ma questa è un’altra storia!


Prova a dimenticare per pochi minuti di trovarti davanti ad uno schermo e immagina di indossare proprio uno di quei fantastici kimono, di percorrere viuzze e superare piccoli ponti di legno per raggiungere l’obiettivo della giornata: assistere ad un tradizionale spettacolo teatrale!

La magia del teatro ti trasporterà in un altro mondo, facendoti dimenticare la frenesia del quotidiano.

Perché lo sai bene: che tu stia assistendo ad un dramma di Ibsen, ad una commedia di Pirandello o ad uno spettacolo tradizionale giapponese, laddove vedrai almeno un attore e uno spettatore, saprai di trovarti nel posto giusto!

Teatro Occidentale e Teatro Orientale

Sì, la magia del teatro è la stessa in ogni parte del mondo.

Tuttavia esistono delle sostanziali differenze tra l’evoluzione e la storia del teatro occidentale e quelle del teatro orientale.


A marcare una sostanziale differenza sono, innanzitutto, le particolari tecniche che contraddistinguono il teatro orientale e che lo discostano senza ombra di dubbio dalle svariate forme sceniche che si sviluppano nell’Occidente.

Il teatro occidentale

Tra Settecento e primo Ottocento, nel mondo occidentale, la necessità di fare teatro si lega sempre di più al bisogno di realismo, alla rappresentazione sul palco di emozioni forti e coinvolgenti.

Con l’invenzione dell’illusoria quarta parete, gli attori possono esprimere i sentimenti dei personaggi, scavare nella loro psicologia senza tener conto della presenza del pubblico, seduto lontano e nel buio della sala.

Un pubblico appartenente alla borghesia nascente, che si identifica nella vicenda narrata e che riconosce sul palco gli elementi della quotidianità, dal salotto con mobili e quadri, ai costumi riccamente adornati. Un pubblico che decide di andare a teatro per svago e per mettersi in mostra tra i propri simili.

Nel teatro occidentale, grazie anche al successivo avvento delle Accademie e delle scuole, gli artisti spesso preferiscono specializzarsi soprattutto nell’arte della recitazione, eccezion fatta per il musical in cui la versatilità degli interpreti assume un ruolo importantissimo.

In Occidente, assistiamo quindi ad una netta distinzione tra attore e danzatore: mentre il primo viene attratto dallo studio della psicologia del personaggio a svantaggio di una consapevole presenza scenica, i ballerini focalizzano la loro formazione sulla tecnica e il virtuosismo rischiando di raccontare con il corpo una storia incomprensibile al pubblico.

Con il teatro occidentale moderno, siamo lontanissimi dai racconti mitici di Dei ed eroi narrati dal teatro greco. Puntando soprattutto alla verosimiglianza, il teatro occidentale moderno era un teatro molto distante dalla sua tradizione antica.

Nell’antica Grecia infatti lo spettacolo teatrale era legato profondamente alla religione ed era vissuto dalla comunità nella sua pienezza proprio in occasione di feste religiose cittadine.

E se il pubblico provava pietà e terrore per le storie narrate, rimaneva anche consapevole che i protagonisti appartengono ad un altro livello, accentuato dall’uso delle maschere, a creare un distacco ancor più profondo tra realtà e finzione.

Il teatro orientale, tra arte e ritualità

Il teatro orientale ha, ancora oggi, nell’uso della maschera o nell’impiego di un trucco elaboratissimo, uno dei propri punti di forza e di attrazione.

Il suo impiego assume una precisa valenza artistica e rituale che connota un teatro di forte impianto tradizionale.

Coprendo il volto, gli attori riescono a far convergere l’attenzione non solo sulla recitazione ma anche sulla mimica e sul virtuosismo acrobatico, sempre compresenti in tutte le rappresentazioni. L’attenzione riservata al corpo nella sua totalità genera artisti a tutto tondo, esperti nell’arte della recitazione così come in quella della danza.

Non a caso il termine kabuki, uno dei generi più noti del teatro giapponese, è composto da tre sillabe esplicative: ka, canto; bu, danza; ki, arte.

In Oriente gli artisti guardano all’arte scenica in termini ritmici ed energici. Pur annullando quasi del tutto l’interpretazione psicologica dei personaggi in nome di una singolare astrazione, riescono a catturare l’attenzione del pubblico unendo quasi magicamente canto, recitazione e danza.

Servendosi di gesti ritmati, precisi e ben studiati fanno del proprio corpo uno strumento al servizio della storia che devono raccontare.

L’uso della maschera porta naturalmente ad un’amplificazione della gestualità e dei movimenti, che confluiscono in una stilizzazione di passi, pose e gesti. Tramandando tradizioni secolari, gli attori devono attenersi a rigidi schemi, a codificazioni espressive precise e studiate che apprendono sin da bambini, seguendo un rigido allenamento.

Nel corso del tempo assistiamo così ad una specificazione dei personaggi in ruoli, costumi e trucchi prefissati, rimasti immutati fino ai giorni nostri e subito riconoscibili nel momento stesso in cui gli artisti appaiono davanti al pubblico.

Tutta la cultura orientale è impregnata di questa Ritualità che puoi trovare ad ogni angolo delle città. Si tratta di una ritualità caratterizzata dalla lentezza e da una caratteristica gestualità. La si può ritrovare in svariate occasioni. Ad esempio, in una cerimonia del tè, scandita da profumi e tazze finemente decorate. Nelle mani esperte di un ristoratore locale che prepara una fumante ciotola di ramen. O ancora nelle movenze delicate di una giovane geisha, avvolta in un prezioso kimono e finemente acconciata.

Abituato alla frenesia del nostro mondo, viaggiare anche solo con la fantasia in luoghi così caratteristici ti permetterà di prendere una boccata d’aria fresca e liberare la mente per qualche minuto!

Nel teatro orientale, a sottolineare ancor di più la fisicità degli attori e gli elementi rituali della tradizione contribuiscono la musica e la scenografia.

Flauti e percussioni accompagnano le evoluzioni sulla scena con suoni ripetuti, di marcia, accompagnati da un coro che si esibisce con caratteristica monotonia.

Ugualmente, la scenografia si presenta semplice e scarna con un fondale dipinto che ritrae un mondo meraviglioso, divenendo cornice di un quadro in continua trasformazione davanti agli occhi del pubblico.

Di contro alle scene dettagliatissime e proiettate alla più accurata verosimiglianza tipiche del dramma borghese, gli antichi spettacoli orientali scelgono pochi elementi simbolici in grado di mostrare da soli tutto quello che deve essere compreso.

Con le dovute differenze tra un genere e l’altro, in Oriente la scena si mette al servizio dell’attore che, in piedi su un pavimento lucido e sonoro esalta la sua figura con costumi sontuosi e trucco elaboratissimo.

 

 

L’influenza del Teatro Orientale su quello Occidentale

Nonostante la lontananza con il nostro mondo, il teatro dell’antica tradizione asiatica ha nutrito con la sua influenza le principali esperienze dell’avanguardia novecentesca. Diversi artisti del primo Novecento, da Grotowski a Stanislavsij e ad Artaud, ne subiscono il fascino e ne studiano regole e codificazioni per dare nuovo significato alla fisicità dell’attore.

Come ti ho già raccontato, in Occidente nel corso dei secoli la funzione rituale, cerimoniale del teatro viene messa sempre più in ombra. L’evoluzione del teatro ha così portato ad uno spettacolo che coinvolga il pubblico in maniera meno impegnata. È diventato occasione di svago e mondanità, che ha l’obiettivo di riempire le sale portando lauti guadagni.

Nel Novecento poi, con l’avvento della televisione e del cinema, la spettacolarità che il potere del palcoscenico si era conquistato viene meno e l’attenzione del pubblico si rivolge altrove.

I rivoluzionari protagonisti delle avanguardie capiscono allora che il punto di forza del teatro deve risiedere nella presenza fisica, viva, in carne ed ossa, dell’attore.

Attore che deve incontrarsi con gli spettatori, per donare loro un’esperienza dello spettacolo che sia diversa da quella data dalla televisione e dal cinema.

Questi registi/autori/attori si adoperano per creare un rapporto di incontro, partecipazione e fusione tra attore e pubblico. Lo scopo è recuperare l’antica funzione rituale dell’evento rappresentato.

Viene abbattuta la quarta parete e in più occasioni il pubblico si trova a stretto contatto con gli interpreti che camminano tra le sedie o recitano su una piattaforma circolare a pochi passi dagli spettatori.

L’idea è quella di un teatro primordiale in cui il testo viene messo in secondo piano, o addirittura sostituito da pochi ed efficaci suoni preverbali, per lasciare libero sfogo alla fisicità.

L’insieme dei movimenti studiati e ripetuti della tradizione asiatica cadono a pennello nella ricerca di questo ritorno alle origini.

Spronano alla conquista di un’arte che sia contraria alla verosimiglianza e in grado di racchiudere in pochi gesti asciutti e lineari la totalità dell’assoluto (Artaud).

Sono spesso rappresentazioni di molte ore che scorrono in maniera lenta, ma se tu dovessi assistere ad uno di questi racconti con molta probabilità sarai in grado di comprendere la storia che ti viene narrata grazie alla sola fisicità degli attori.

Non ho detto che possa essere divertente assistere a lunghe, lunghissime messinscene ma almeno potrai dire di aver capito qualcosa!

Il teatro Orientale non è poi così lontano da noi…

Conservare e tramandare per secoli antiche tradizioni non è facile.

Rappresentando con minuzia di particolari situazioni propriamente locali – come ad esempio l’harakiri, il suicidio rituale dei samurai – i detentori della conoscenza teatrale dell’Oriente rimangono chiusi nelle loro idee ed estranei ad ogni tradizione artistica che non sia la propria.

Un atteggiamento che non è da leggere superficialmente come chiusura mentale.

Si tratta di una sorta di modalità di difesa, un modo per tutelare le preziose radici culturali e riconoscere il giusto valore al patrimonio del passato.

Una protezione che non ritroviamo nel mondo occidentale ad eccezione del balletto classico, che ancor oggi si avvale dell’invenzione ottocentesca delle punte e ripropone costantemente balletti definiti ‘di repertorio’ con tutù e coreografie che ricalcano le originali prime rappresentazioni.

Come ha osservato uno dei principali protagonisti delle avanguardie novecentesche, Eugenio Barba, se l’attore del teatro orientale è imbrigliato in regole codificate, di contro l’attore occidentale sembra prigioniero di una eccessiva libertà.

Egli ha davanti a sé solamente un testo e un regista alle cui indicazioni deve attenersi.


Al di là di questi punti di appoggio l’attore deve sapersi mettere in gioco e lasciarsi andare attraverso un mondo scenico che è in continua trasformazione.

Questo potrebbe anche voler dire attingere ad una tradizione tanto lontana dalla nostra, come quella orientale appunto, e trovare dall’altra parte del mondo i giusti stimoli per migliorarsi.


Nei prossimi articoli affronteremo più dettagliatamente i principali generi del teatro Orientale, per capire ancora meglio quanto quest’ultimo abbia influenzato il teatro d’avanguardia occidentale.

E quindi… alla prossima, amanti de Sol Levante!

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