Il Teatro orientale: Cina, Giappone e India

Qualche mese fa abbiamo intrapreso insieme un lungo viaggio dall’altra parte del mondo, nel Sol Levante. Un viaggio ricco di tradizione, ritualità e gestualità.


In quell’occasione abbiamo osservato le differenze tra il teatro occidentale e quello orientale.

Nel primo, il tratto distintivo è stato soprattutto la ricerca della verosimiglianza, insieme all’attenzione alla psicologia del personaggio. La caratteristica principale del teatro orientale è, al contrario, una particolare esigenza all’astrazione, volta a veicolare nello spettatore messaggi universali.

Abbiamo poi visto che in Occidente, gli esponenti delle avanguardie del Novecento, nella ricerca di un ritorno alle origini, hanno attinto proprio al teatro orientale.

In questo modo, hanno riportato al centro della scena la fisicità dell’attore, che con la sola energia del corpo “sprona alla conquista di un’arte che sia contraria alla verosimiglianza e in grado di racchiudere in pochi gesti asciutti e lineari la totalità dell’assoluto” (Artaud).

Oggi siamo pronti per sederci tra il pubblico ed immergerci nella diversità di generi che caratterizza il teatro orientale: scegli il tuo preferito e corri a comprare il biglietto!


L’Opera cinese

A partire dal XII secolo si sviluppa in Cina l’Opera cinese, una forma d’arte rituale che unisce recitazione, canto e musica.

In questo tipo di teatro si è di fronte ad una recitazione prevalentemente mimica. Ad accampoganre gli attori c’è una piccola orchestra che improvvisa dei suoni di supporto al canto.

Vagamente accostabile al melodramma dell’Occidente per la commistione di generi, l’Opera cinese racconta storie feudali, di re, di principesse e intrighi di corte.

Nell’ottica di una schematicità rappresentativa, tramandata di generazione in generazione, i personaggi che occupano la scena sono prefissati in ruoli, costumi e trucchi specifici.

A calcare le assi del palcoscenico troverai quattro tipologie di personaggio: lo sheng, il personaggio maschile; il dan, personaggio femminile, il jing, la faccia dipinta e il chou, il buffone.

Come tradizione vuole, sul palco si muovono compagnie composte di soli uomini o di sole donne.

Gli attori in scena compiono evoluzioni acrobatiche di forte impatto. In teatro gli spettatori assisteranno così a un assemblaggio di scene tradizionali, attraverso una forte stilizzazione dei gesti, ben riconoscibili nella loro convenzionalità.

L’avvento di Mao Tze Tung

L’avvento della Repubblica comunista di Mao Tze Tung limitò la diffusione di questi spettacoli, troppo legati all’antica tradizione e quindi considerati sovversivi.

Con il passare degli anni  però, il legame con la tradizione riuscì a dare al genere una nuova luce. Si trattava tuttavia, di un piacere per pochi: i giovani cinesi, influenzati dall’avvento della tecnologia e dalle innovazioni, iniziarono a preferire svaghi più coinvolgenti rispetto alla lentezza delle storie raccontate dall’Opera.

Da questo punto di vista l’Oriente non è poi così lontano dal nostro mondo, non trovi?

 

 

La tradizione teatrale in Giappone

Spostiamoci ora in Giappone dove il fascino di una tradizione che si perde nei secoli potrà conquistarti con colori, effetti speciali e tamburi rullanti!

Il teatro del Noh

A partire dal XIV secolo prende vita la forma drammatica del Noh, che affonda le sue origini negli antichi rituali sciamanici.

In scena gli attori – tutti uomini – si mostrano al pubblico indossando grandi maschere che catturano immediatamente l’attenzione. Danzano, parlano, cantano, al suono della musica di flauti e percussioni. A impreziosire l’azione drammatica un coro composto da una decina di elementi accompagna gli interpreti con melodie intrise di ipnotica monotonia.

Il palcoscenico è  costituito da un’area quadrangolare, in cui viene realizzata sempre la solita scenografia.  Un ponte su un lato collega la scena al camerino e alzando lo sguardo potrai notare quattro alti pilastri che sorreggono la pagoda del tetto. Spostando lo sguardo sulla destra vedrai la veranda che ospita il coro. Sul fondo, quindi, vicino all’orchestra potrai ammirare un pino nodoso.

Si tratta di una scenografia scarna, essenziale, che mette in luce la sontuosità dei costumi e le movenze degli attori.

E pensa, tu potrai scegliere di sederti proprio sotto al palcoscenico o lungo i lati.

Una caratteristica davvero originale per gli  sperimentatori delle avanguardie dell’Occidente nel Novecento, i quali si lasciarono ispirare per creare una partecipazione immersiva dello spettatore a stretto contatto con gli attori.

Sul palco vengono messi in scena racconti di eroi, divinità, figure leggendarie e personaggi storici realmente esistiti.

Come per la scenografia, le storie raccontate presentano una sorta di schematicità fissa, dovuta ad una rigida convenzionalità.

Sulla scena gli attori recitano secondo rituali ben precisi, con posizioni ben studiate, movimenti e gestualità.

L’antagonista – il waki – si siede ai piedi della colonna anteriore di destra a lui riservata ed attende l’arrivo del suo rivale – lo shite – , protagonista della vicenda.

Quest’ultimo può essere un dio, un eroe, un demone. È un ambasciatore dell’ignoto e, a sottolineare il suo ruolo, si presenta indossando una maschera.

È il rappresentante di un universo segreto ed occulto, che interroga il nemico tenendolo imprigionato dentro un mondo immaginario e di sogno. O di incubo.

Cammina sul palco con movimenti lenti, fissando il waki e il suo incedere è supportato dal coro.

L’azione procede con la consueta lentezza rituale ma sicuramente molto affascinante! Sono certa che dentro di te si sia smossa un po’ di curiosità per questo genere così lontano dal nostro modo di vivere il teatro.

 

Il Kabuki

L’altra grande forma di intrattenimento teatrale giapponese è incarnata dal Kabuki (ka, canto; bu, danza; ki, arte).

Si tratta di una forma di spettacolo che si manifesta nel XVII secolo e racconta eventi drammatici, storici e amorosi, ma anche fatti legati alla cronaca del tempo. Per questo motivo negli anni conquista larga parte del pubblico cittadino, borghese e più popolare rispetto a quello che si siede attorno al palco del Noh.

L’origine di questo genere va ricercata negli antichi recitanti di Joruri, un gruppo di artisti che raccontava storie e leggende relative alla mitica amante dell’eroe nazionale Yoshitsune, appunto Joruri.

Se inizialmente sul palco queste storie venivano raccontate da uomini e donne, a partire dal 1629 il palcoscenico venne precluso alle attrici.

L’ arte del Kabuki iniziò quindi ad essere tramandata solo ai membri maschili delle famiglie. Diventarne un interprete non era affatto facile. Richiedeva una formazione durissima, che portava ogni attore a specializzarsi in uno dei circa otto tipi fissi che danno vita al genere.

Il palco del Kabuki riprende in parte la scena del teatro del Noh, portandolo però ad un livello maggiore di spettacolarità.

Il ponte non trova più posto lateralmente alla scena ma attraversa la sala. E permette  così agli attori di camminare verso la ribalta, in un contatto ancora più ravvicinato con lo spettatore.

Gli attori danzano, compiono acrobazie e mimano situazioni su un palcoscenico di legno dove in modo spettacolare si possono aprire delle botole.

Il palco è poi costituito anche da una piattaforma rotante che consente di far entrare velocemente gli artisti a riempire la scena. Nel Kabuki, infatti, anche trenta attori possono riempire la scena contemporaneamente. E per sottolineare questa festa per gli occhi, talvolta bloccano l’azione su un quadro significativo e virtuosistico, lasciando il tempo allo spettatore di cogliere ogni più piccolo dettaglio.

Se tu decidessi di sederti tra il pubblico di questi spettacoli potresti davvero rimanerne sbalordito!

Il Kabuki è infatti famoso per le sue strabilianti scene d’insieme, piene di colore e scandite dai tamburi rombanti. Ma sbalorditive sono anche le scene recitate sul ponte, così vicino al pubblico, dove il trucco e i costumi rendono sovrumani gli attori, trasformandoli in affascinanti giganti che sovrastano la scena.

Non è infatti un caso che il teatro Kabuki possiede un forte legame con il teatro di marionette di grandi dimensioni noto con il nome di Bunraku, nato e sviluppatosi ad Osaka nel XVIII secolo.

 

In India, tra danza e teatro

Il mondo asiatico non è però solo Cina e Giappone.

Anche l’India ha una ricca tradizione, incentrata soprattutto sulla spettacolarità della danza.

Una danza prettamente religiosa, spesso solistica, eseguita dalle sacerdotesse del culto di Shiva.

Nella danza Orissi (o Odissi), la danzatrice si muove con grande esuberanza di gesti e di passi, con un’eleganza tanto virtuosistica quanto sensuale. Il corpo racconta silenziosamente la storia, i piedi si muovono battendo il ritmo e il pubblico è ipnoticamente catturato e conquistato.

Di contro alle esibizioni femminili, nel Kathakali danzatori-attori uomini calcano le scene raccontando storie eroiche e mitiche accompagnati da due cantanti, strumenti e abiti riccamente adornati.

Se mai dovesse capitarti di assistere a queste rappresentazioni, potresti avere la possibilità di partecipare assieme al resto del pubblico all’elaborata preparazione del trucco degli attori e alla loro vestizione.

Gli spettatori di questa forma d’arte hanno infatti il privilegio di poter assistere direttamente alla trasformazione degli attori da semplici persone a impressionanti figure dalle pose innaturali.

Una bella occasione per poter stare in un fantastico “dietro le quinte”!


Anche in questo caso, sono l’attenzione a gestualità e movimenti ripetuti e riconoscibili, le storie raccontate ogni volta con le stesse modalità  e una scena architettonicamente sempre uguale, a catturare il cuore degli esponenti delle avanguardie del Novecento in Occidente.

Per Antonin Artaud, Mejerchol’d e i loro compagni il testo corre in secondo piano, per concentrare gli occhi e il cuore su messaggi assoluti che nell’immediatezza di un gesto raggiungono la mente di tutti gli spettatori. Bandita la psicologia del racconto ciò che assume davvero importanza è il rituale partecipato, tra attori e spettatori e che metaforicamente abbraccia l’umanità intera.


 

 


Questo è solo un assaggio di quanto puoi trovare dall’altra parte del mondo!

Il teatro può essere parola, può essere gesto, ma da qualunque parte lo si guardi, rimarrà sempre veicolo di partecipazione tra pubblico e attore. E, da qualunque parti lo si guardi, non potrai che emozionarti sedendoti tra il pubblico o calcando le tavole del palco!

 

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