Storia del Costume: dal 1910 al 1920

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In questo articolo daremo un’occhiata alla moda degli anni ’10 del Novecento, ovvero il periodo tra il 1910 e il 1920. Queste informazioni ti saranno molto utili se dovrai creare i costumi per uno spettacolo teatrale ambientato in questo periodo.


Durante questo secondo decennio del Novecento, il mondo e l’Europa in particolare, furono scossi dalla Prima Guerra Mondiale.

Nonostante ciò la moda continuò a cambiare repentinamente, con correnti molto diverse tra loro.

Già dalla fine dell’Ottocento i concetti di estetica e salute cominciarono ad essere associati, grazie anche all’opera dei pittori preraffaelliti, i quali prediligevano l’armonia delle proporzioni dell’abito Greco. Ideale che fu il motore dell’evoluzione dell’abbigliamento femminile.

Due sono le figure importanti di questa evoluzione: Mariano Fortuny y Mandrazo e Paul Poiret.

MARIANO FORTUNY (1871 – 1949)

Figlio di uno stimato pittore e collezionista, Fortuny fu scenografo, pittore, fotografo, designer, decoratore di stoffe e creatore di tessuti. Dal padre, di cui rimase orfano all’età di tre anni, ereditò una delle più importanti collezioni di tessuti esistente in Europa, battuta all’asta nella capitale francese nel 1876.


Nel 1889 si trasferì con la madre a Venezia e nel 1906 iniziò la sua personale produzione, riprendendo i procedimenti di tintura degli antichi decoratori, non allineandosi però con lo stile allora in voga dell’Art Nouveau, piuttosto verso la ricerca cromatica dei fauves. Le sue stampe combinavano motivi rinascimentali e orientali e la sua modellistica, libera e funzionale alla forma del corpo, era direttamente ispirata alla Grecia antica e alle forme orientali.

Proprio in omaggio all’antica Grecia nacque nel 1907 il Delphos, così chiamato perché direttamente ispirato al chitone – classica tunica greca – della statua dell’auriga di Delfi e delle sculture ioniche. Rifinivano il Delphos, perline in vetro di murano che impreziosivano e al tempo stesso nascondevano le cuciture. La misura e la forma delle maniche era variabile: dalle maniche lunghe, a quelle corte o addirittura alla totale assenza. Anche lo scollo del Delphos poteva avere varie forme: dal collo tondo, a quello a barca, allo scollo a “V”.

Fortuny brevetta la plissettatrice nel 1909: il tessuto plissettato (principalmente tessuti in seta come il raso e il taffetas) era ottenuto mediante l’impiego di rulli di ceramica scaldata.

Tra le altre creazioni di Fortuny vanno ricordati:

  • il Peplos, sopratunica con estremità a punta, appesantite da perline di vetro, che si allungavano sui fianchi
  • i Knossos, grandi rettangoli di stoffa indossati come stole e recanti stampe a motivi geometrici ispirati alle decorazioni parietali dell’antica Creta, o a motivi persiani, rinascimentali, barocchi, moreschi, africani e orientali.

Grandi attrici di quegli anni, come Isadora Duncan, Eleonora Duse e le sorelle Grammatica, indossarono le creazioni di Fortuny sia sulla scena che nella vita di tutti i giorni. Mentre per quanto riguarda le “donne comuni”, nobili e borghesi, l’uso di questi capi era riservato solamente alla privacy di casa: si trattava di abiti ancora troppo audaci per la società del tempo.

Il successo di questi abiti si protrasse fino agli anni’30 ed oltre.

moda anni dieci peplos

Un esempio di Peplos

il Delphos, foto di Jean-Pierre Dalbéra

moda anni dieci knossos

ritratto di Henriette Fortuny con un knossos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PAUL POIRET (1879 – 1944)

Figlio di un commerciante di tessuti, iniziò la sua carriera lavorativa come ombrellaio, per poi essere notato da Jacques Doucet, che nel 1896 lo ingaggiò per elaborare modelli di tailleur.

Successivamente lavorò anche presso l’atelier di Worth, molto più conservatore nello stile rispetto al precedente. La sfacciata modernità dei suoi disegni era eccessiva per la clientela della House of Worth, tanto che il suo mantello Confucius, un soprabito nello stile dei kimono cinesi, realizzato per la principessa russa Bariantinsky, causò la sua espulsione da tale casa di moda.

Una modella indossa un abito di Poiret

Una modella indossa un abito di Poiret. Di Bain News Service – Questa image è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale cph.3b32052.Questo tag non indica lo stato del copyright dell’opera ad essa associata. È comunque necessario un tag specifico relativo al copyright. Consultare Commons:Licensing per maggiori informazioni., Pubblico dominio, Collegamento

Fu così che nel 1904 aprì il suo primo personale atelier, al numero 5 di Rue Auber. Sostenuto dal suo maestro Doucet e dall’attrice Rejane, che lo lanciarono in un ambiente di clientela eccentrica e più propensa verso il suo stile, di quanto fossero le clienti di Worth.

 

È da qui che Poiret inizia la sua battaglia contro il busto: prima abbassandone la linea fino ai fianchi, poi sostituendolo con una specie di cintura in vita, ed infine alzando la linea della vita sotto al seno, donando alla figura femminile un aspetto più slanciato.

Ma sono i primi anni ’10, quelli in cui la Maison Poiret conosce i suoi maggiori successi.

Tra il 1911 e il 1912, compie una tournée in Europa. Le sue indossatrici sfilano per le signore di Berlino, Bruxelles, Vienna, Mosca e Pietroburgo con molto successo delle sue creazioni. Questo fu uno degli elementi distintivi della casa di moda: una grande propensione per il marketing: oltre ai defilé itineranti, furono pubblicati a scopo promozionale i suoi bozzetti, ispirando riviste come la “Gazette du Bon Ton”.

Nel 1913 vendette il suo marchio negli Stati Uniti per la realizzazione di accessori di moda. Ben presto la produzione si allargò anche all’arredamento ed ai profumi, lanciando una consuetudine che sarebbe poi stata seguita da tutti i maggiori stilisti del XX secolo.

Nella sua residenza parigina trovò il luogo ideale per le sue magnifiche feste. La linea di profumi fu lanciata proprio attraverso una di queste feste nel 1911, la “Mille et deuxième nuit”, in cui gli oltre trecento invitati erano tenuti ad indossare costumi ispirati alle “Mille e una notte”. Gli ospiti non in linea con l’idea di Poiret furono invitati ad indossare le sue creazioni in stile persiano o a lasciare la festa. La stessa moglie di Poiret indossava dei pantaloni da odalisca, o alla turca, da lui appositamente creati per l’occasione.

Purtroppo durante la Prima Guerra Mondiale dovette sospendere la produzione del suo atelier per dedicarsi alla realizzazione di divise militari. Quando, nel 1919, poté tornare alla sua attività, la Maison era ormai sull’orlo della bancarotta ed i nuovi stilisti come Chanel si erano accaparrati buona parte della sua clientela, che ormai prediligeva linee più semplici e sobrie, considerando le sontuose ed elaborate crezioni di Poiret fuori moda.

Si ritirò, quindi, quindi a vita privata e nel 1929, la casa di moda fu chiusa e gli abiti venduti al chilo come stracci.

Sostanziale differenza tra Fortuny e Poiret, nella loro battaglia di liberazione della donna dalle costrizioni del busto, sta nel fatto che Poiret ne fece una questione attinente solo alla moda, senza far riferimento alle rivendicazioni dei movimenti femministi, mentre Fortuny lavorò in questo senso non solamente da un punto di vista estetico, ma anche in funzione della libertà del corpo femminile.

 

I FUTURISTI

Nel 1914, Giacomo Balla, si dedicò alla stesura di due manifesti “Le vetement masculin futuriste” e “Il vestito antineutrale”.

Il pittore teorizzava la ricostruzione della moda maschile, poiché era l’uomo a svolgere un ruolo sociale preponderante, a differenza della donna. Interrompendo la tradizione borghese iniziata alla metà dell’Ottocento dell’abito grigio, o di colori scuri, complesso nel numero di indumenti, nelle abbottonature e negli accessori.

La moda futurista proponeva fogge innovative definite dinamiche per quanto riguarda i colori e i disegni delle stoffe (triangoli, cerchi, spirali), asimmetrico nel taglio (soprattutto del davanti e delle maniche), semplice e comodo, cioè facile da mettere e togliere, igienico (cioè che lasciasse respirare la pelle e il corpo) ed infine luminescente (con l’uso di innovative stoffe fluorescenti).

Ad un “Manifesto della moda femminile futurista” si sarebbe arrivati solo nel 1920.

Un altro artista avrebbe portato innovazione nel campo dell’abbigliamento, allineandosi temporaneamente alla corrente futurista:

Ernesto Thayaht.

Thayaht aveva iniziato il suo percorso artistico lavorando nell’atelier della Vionnet a Parigi. Fino a che nel 1918 creò una delle tipologie abbigliamentarie più semplici: la tuta.

Capo destinato alla fruizione sia maschile che femminile, fatto di tessuti semplici e taglio rettilineo, lanciata come alternativa all’abito borghese. Il nome deriva dal termine “tutta” a cui viene tolta una “T” che rappresentava graficamente il modello dell’abito in questione.

Questo capo di abbigliamento venne recepito come abito da lavoro, pur non essendo nelle intenzioni del suo ideatore, che lo vedeva, con l’aggiunta di sandali e di un bastone, come un capo di abbigliamento distinto. A Firenze i “tutisti” erano soliti ritrovarsi ai balli ed a piazzale Michelangelo. Insomma, per il suo creatore e per i suoi seguaci si trattava di un abbigliamento elitario, se non per la qualità dei tessuti impiegati, per la stravaganza di chi lo indossava.

 

LE GRANDI CASE DI MODA

Per quanto riguarda le grandi case di abbigliamento che si erano sviluppate tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, come ad esempio le sorelle Callot, Worth, Redfern e Paquin, durante questo decennio non si nota un particolare distaccamento dal decennio precedente, salvo l’abolizione dell’insalubre linea ad “S” (ne abbiamo parlato nel precedente articolo sulla moda a cavallo tra ottocento e novecento).

Il giapponismo è ancora imperante. Il taglio della vita si allinea con le visioni di Paul Poiret – il nuovo stile impero – salvo l’applicazione di stecche di sostegno all’interno della parte superiore dell’abito, ultimi tentativi di non abbandonare le costrizioni del corsetto.

Le gonne hanno già cominciato ad accorciarsi scoprendo i piedi e le caviglie, preconizzando quelle che saranno le rivoluzioni vestimentarie del decennio successivo.


By Photoprint originally copyrighted by Philippe Ortiz. – This image is available from the United States Library of Congress‘s Prints and Photographs division under the digital ID cph.3b32049.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information., Public Domain, Link

By Jean Philippe Worth (1856–1926) – Ворт, Жан Филипп; А.А. Бряндинская, transl. (2013) А.А. Васильев , ed. (in Russian) Век моды, Mémoires de la mode от Александра Васильева, М.: Этерна, pp. 144–145 ISBN: 978-5-480-00319-2. (Russian translation of A Century of Fashion by Jean Philippe Worth), Public Domain, Link

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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