Gli inizi di Massimo Troisi

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Massimo Troisi è diventato, nell’arco della sua breve ma straordinaria carriera, uno degli esponenti maggiori della nuova comicità napoletana.


Considerato degno erede dei grandissimi Totò e Eduardo De Filippo, a venticinque anni dalla sua scomparsa ancora sentiamo la sua mancanza.

Ricordare Massimo Troisi e la sua innovativa comicità, mai banale e spicciola, è quasi un dovere. 

E andare a scoprire chi c’è dietro il grande attore, è un modo per conoscere a più fondo questo meraviglioso artista e amarlo ancora di più.

Nel caso di Troisi poi, è davvero interessante, visto che ha sempre tenuto molto alla sua privacy e ha lasciato trapelare pochissimo della sua vita privata.

Come ho già fatto per Eleonora Duse e Vittorio Gassman, ho scritto l’articolo che stai per leggere per conoscere un Massimo Troisi inedito, quando ancora era un bambino e un ragazzino che timidamente si avvicinava alla recitazione e all’arte.


Massimo Troisi quando ancora non era Massimo Troisi

Per sapere chi era davvero Massimo Troisi mi sono comprata “Oltre il respiro. Massimo Troisi” una biografia curata da sua sorella Rosaria, assieme alla scrittrice Lilly Ippoliti.

 

Penso di aver fatto davvero una scelta azzeccata, perché Rosaria attraverso le sue parole e i suoi ricordi, fa rivivere nelle pagine del libro un Massimo Troisi intimo, di cui è difficile non innamorarsi.

Mi ha fatto conoscere da vicino una persona dolce, buona, simpaticissima anche se davvero testarda. E quando ho finito di leggere la biografia, ho avuto la sensazione di aver perso un amico, oltre che un grande artista nostrano.

Il volume è poi corredato da tantissime foto private di Massimo, che rendono ancora più umana la sua figura d’artista.

Se ami Massimo Troisi e la sua comicità, allora ti consiglio vivamente di comprarti questo libro!

L’Infanzia e la Famiglia di Massimo

Massimo Troisi è nato il 19 Febbraio del 1953 a San Giorgio a Cremano, vicino Napoli. È nato in una famiglia numerosa e di umili origini. Ultimogenito di sei fratelli, Massimo viveva in un grande appartamento assieme ai nonni materni e agli zii e ai cugini. In tutto erano in diciasette.

Sono nato in una casa con 17 persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di 15 persone mi colgono violenti attacchi di solitudine.” Massimo Troisi a proposito della sua famiglia.

Quella di Massimo era una famiglia assai rumorosa, ma anche molto unita. Massimo infatti, anche una volta diventato famoso, ha sempre mantenuto un forte legame con i suoi familiari.

La famiglia Troisi era modesta e povera, ma ricca di sani principi. Rosaria, a tal proposito, afferma: “Siamo stati bambini fortunati perché avevamo intorno a noi adulti teneri e fieri, pieni di dignità e di coraggio“. E Massimo deve molto agli adulti della sua infanzia, perché è grazie alla loro influenza che ha creato quella sua comicità così particolare e mai fine a se stessa.

I genitori di Massimo

Per un bambino i primissimi riferimenti di adulto sono proprio i genitori, come è normale che sia. Per quanto riguarda Massimo e la sua arte, sia il padre che la madre sono stati due esempi molto importanti da cui Troisi, forse anche incosciamente, ha attinto per costruire la sua peculiare comicità.

Massimo Troisi con il padre

Massimo Troisi con il padre. Pubblico dominio, Collegamento

Il padre Alfredo era un ferroviere. Era un tipo piuttosto calmo, forse un po’ all’antica, ma dotato di un’ironia mordace, che sicuramente Massimo ha ereditato. Massimo e i suoi fratelli, tuttavia, sono stati cresciuti ed educati soprattutto dalla madre Elena, poiché Alfredo a causa del lavoro era spesso in viaggio.

Mamma Elena è stato quindi un grande punto di riferimento per il piccolo Massimo. Ed è proprio da Mamma Elena che Troisi ha imparato a vivere.

Ad esempio, il suo forte senso di giustizia sociale, che ben traspare dalle opere di Troisi, gli è stato insegnato proprio dalla madre. Elena era una donna immensamente generosa, non solo con i propri cari, ma anche con i conoscenti.

La sorella Rosaria, nella biografia di Massimo, ci racconta che mamma Elena sapeva fare le iniezioni, motivo per cui spesso amici e conoscenti  si rivolgevano a lei per avere questo tipo di prestazione. E Elena si prestava sempre gratuitamente e quando anche i conoscenti più abbienti le davano una piccola ricompensa in denaro, lei quei soldi li donava ai più bisognosi.

Da mamma Elena, Massimo ha poi appreso anche l’importanza vitale della libertà e della conoscenza. Per questa straordinaria donna, libertà voleva dire prima di tutto “sapere le cose”. Per questo motivo è sempre stata molto intransigente nei confronti dello studio. Tuttavia Massimo non è mai stato uno studente modello e non gli è mai piaciuto leggere.

L’influenza dei nonni

La formazione storica e politica di Massimo non è quindi avvenuta sui libri di scuola, ma attraverso i racconti dei nonni sul ventennio fascista.

Massimo, fin da piccolino, è sempre stato un acuto osservatore della realtà e delle persone che lo circondavano. E nonno Luigi, il nonno paterno, è stato molto spesso oggetto delle attente osservazioni di Massimo. Di lui ammirava soprattutto quella sua aria signorile ed elegante, ma allo stesso tempo affabile e gentile. Socialista, Rosaria ricorda che aveva sempre con sè , sotto il braccio, una copia del giornale “l’Avanti!”.

Anche nonno Luigi è stato ferroviere e al piccolo Massimo è sicuramente rimasto ben impresso nella mente quanto quell’uomo garbato e distinto andasse fiero del suo orologio da taschino. Orologio che tirava fuori dalla tasca con aria davvero solenne e soddisfatta, ogni volta che qualcuno gli chiedeva l’ora.

Ma anche l’immagine del nonno materno, nonno Pasquale, è rimasta indelebile nella memoria di Massimo.

Rosaria, nella biografia del fratello, ricorda che quando erano piccoli, dopo il pranzo della domenica nonno Pasquale  si attardava a tavola, raccontando loro gli incredbili aneddoti della sua giovinezza. Massimo, più di tutti i suoi fratelli, rimaneva incantato dal modo di narrare di suo nonno, da quei suoi grandi gesti da attore consumato, con tutte quelle sue pause studiate ad arte per creare suspense. Lo osservava e già rubava con gli occhi i segreti dell’arte della recitazione.

Nonno Pasquale, d’altronde, era una persona davvero molto carismatica, istrionica e creativa, ma anche un po’ pigra e sorniona. Iscritto al partito comunista, non ha mai rinunciato alle sue idee politiche nemmeno durante la dittatura fascista, motivo per cui spesso si è ritrovato senza lavoro.

Come è facile intuire, il Fascismo prima e la Seconda Guerra Mondiale poi hanno segnato profondamente la vita dei nonni di Massimo. I quali, dopo essere sopravvissuti ad uno dei periodi più bui della storia italiana, hanno trasmesso a Massimo e ai suoi fratelli alcuni grandi valori che Troisi ha poi cercato di comunicare con le sue opere teatrali e cinematografiche.

Proprio grazie ai racconti dei nonni, Massimo è stato abituato fin da bambino, ad interrogarsi e riflettere su grandi temi. Ed è proprio grazie a quegli adulti “teneri e fieri, pieni di coraggio” che Massimo ha appreso la grande importanza della libertà, dell’uguaglianza sociale e il suo bisogno vitale di rimanere sempre autentico, di non tradire mai i propri ideali.

La comicità di Troisi è infatti permeata da questi grandi valori e li comunica al pubblico attraverso un riso che è superficiale solo in apparenza.

Massimo bambino e il teatro

Il teatro e, in generale l’arte, iniziano a far capolino nella vita di Massimo fin da quando era davvero piccolo.

Come ama ricordare con ironia Rosaria, il vero inizio di carriera del fratello Massimo risale a quando l’attore non aveva che pochi mesi di vita e la sua foto veniva scelta dalla Mellin per pubblicizzare il latte in polvere. Nessuno in famiglia, e tanto meno sua madre che aveva spedito la foto alla Mellin, poteva intuire che quello era un segno premonitore della prodigiosa carriera che Massimo avrebbe avuto da adulto. Ma senza dubbio fu un’occasione di orgoglio per la famiglia Troisi.

Una famiglia, come già ho accennato, molto numerosa e nella quale spesso avvenivano delle vere e proprie scene esilaranti, che sembravano uscire da un canovaccio della commedia napoletana. Rosaria ricorda che  da adulto lo stesso Massimo amava ripetere che la sua più che una famiglia era una “compagnia stabile”.

Durante la sua infanzia, tuttavia Massimo ha avuto davvero poche e sporadiche esperienze teatrali. In quegli anni sbocciava in lui un’altra passione, quella per il calcio. Sport in cui sembrava cavarsela davvero bene e che il padre Alfredo incoraggiava.

L’innata vena comica di Massimo: l’episodio della Befana

Tuttavia fin da piccolino scalpitava in Massimo la sua irresistibile vena comica. Rosaria, a proposito di questo, riporta un aneddoto davvero buffo e allo stesso tempo interessante.

Il padre di Massimo, in quanto ferroviere, portava a casa ogni anno per la festa della Befana i regali che le Ferrovie dello Stato destinavano ai bambini dei dipendenti. Ogni anno Massimo riceveva quindi un trenino elettrico.

All’età di sei anni si era deciso a scrivere una lettera alla Befana per chiederle espressamente una bicicletta, perché di trenini elettrici ne aveva abbastanza. Ovviamente anche il sei gennaio di quell’anno ricevette l’ennesimo trenino elettrico.

In quell’occasione, Massimo divertì il suo primo e piccolo pubblico familiare con quello che è il suo primissimo mini sketch, esclamando con uno sbuffo “Ma chest è scema proprio? Ma io l’ho scritto accussì bell: “VOGLIO UNA BICICLETTA”. E chella che ffa? M’ porta n’atu treno? Chest s’è rimbambita!”

Il primissimo debutto teatrale

Non passano troppi anni e a Massimo si presenta, inaspettatamente, la prima occasione per mettersi alla prova. Stava frequentando la quinta elementare  e un giorno mamma Elena se lo vede ritornare da scuola insolitamente felice ed eccitato. Tutto orgoglioso e con gli occhi che brillavano per l’emozione le racconta di essere stato scelto per interpretare il ruolo di Pinocchio nella recita di fine anno.

Si trattava davvero di una grande occasione, perché per questo tipo di attività, generalmente i bambini delle famiglie più povere venivano scartati e snobbati a favore dei figli dei genitori più ricchi e abbienti. Quella volta, invece, Massimo era riuscito a distinguersi tra oltre cento ragazzini, superando in scena e per la prima volta la sua forte timidezza.

Da quella volta Massimo si innamorò del teatro e sperimentò la sua naturale predisposizione per la scena.  E fu proprio tra le assi di quel palcoscenico scolastico che ha avuto inizio la sua carriera d’attore.

La febbre reumatica

Nella vita di Massimo, sopratutto in seguito al suo debutto teatrale, tutto procedeva con serenità. Certo, continuava ad essere un bambino svogliato quando si trattava di studiare, tuttavia era diventato anche più sicuro di sè, riuscendo a raccogliere intorno a lui sempre più amici. Contemporaneamente la sua passione per il calcio cresceva, anche perché sostenuto apertamente da papà Alfredo.

Purtroppo però, dopo qualche anno, nel 1965 Massimo venne scosso da un primo e tremendo episodio di febbre reumatica che gli procurerà in seguito un malfunzionamento della valvola cardiaca. La malattia, con il passare del tempo diventava sempre più evidente e minacciosa, tanto che Massimo è stato poi costretto ad abbandonare l’idea di praticare il calcio a livello agonistico.

Rosaria ci racconta che la malattia del fratello in breve tempo diventò un vero e proprio calvario per tutta la famiglia. La preoccupazione era, naturalmente, tantissima ma ognuno di loro cercava, per quanto possibile, di dissimulare l’apprensione per evitare che Massimo potesse sentirsi diverso a causa della malattia e che quindi in risposta, tendesse ad isolarsi. Soprattutto mamma Elena si impegnava perché Massimo continuasse ad amare la vita, nonostante la brutta malattia che lo affliggeva.

Malgrado i loro sforzi, Massimo percepiva la preoccupazioni dei genitori e dei fratelli.

Ricordo che rimanevo a letto, avevo 14, 15 anni e lucidamente, quasi come un adulto, sentivo che di là, in cucina, si stava parlando del mio problema, di cosa fare” Massimo Troisi a proposito della sua malattia in “Paradiso… non potevi attendere?”

Tuttavia l’intento di mamma Elena non è stato vano, perché Massimo proprio a causa della sua febbre reumatica e del suo cuore malandato, amava la vita intensamente, sotto ogni sua forma.

Massimo alle superiori

Dopo la sua intensa esperienza teatrale alle elementari, Massimo aspettò qualche anno per tornare a calcare il palcoscenico. D’altronde, sebbene fosse evidente la sua inclinazione per la recitazione e lo spettacolo, Massimo era solamente un ragazzino.

In quegli anni i suoi interessi erano il calcio e gli amici. Soprattutto l’amicizia era uno dei suoi capisaldi, attraverso la quale filtrava le sue scelte, come quella di frequentare l’isituto tecnico per Geometri perché frequentato da alcuni dei suoi migliori amici. Ne consegue che lo studio per Massimo era un fardello ed un obbligo a cui rinunciava volentieri non appena gli si presentava l’occasione.

Non era lui che andava male a scuola. Era la scuola che andava male a lui. Era piccola, angusta, asfittica, con le sue regole, i suoi programmi, le sue convenzioni. La sua fantasia rompeva i muri, i vetri, le pareti di quell’ambiente. Lui si realizzava fuori” Il professore di Lettere a proposito di Troisi.

Tuttavia, come lo stesso Massimo affermerà da adulto, sono stati proprio gli anni delle superiori a sviluppare ancor più maggiormente la sua verve e ispirazione comica. In quel periodo creava i suoi sketch proprio tra i banchi di scuola e, in poco tempo, era diventato davvero popolare tra gli studenti, riuscendo ad avere un gran seguito.

Rosaria racconta che una volta, durante un’assemblea di protesta per il mancato riscaldamento nell’istituto, Massimo prese il microfono e si esibì in un vero e proprio monologo, ricevendo una grande ovazione da parte degli studenti presenti. A quel punto il vicepreside, indispettito, sembra che abbandonò l’assemblea commentando “Sta facendo l’attore! È uscito un altro De Filippo!

Il ritorno a teatro

Intorno ai quindici anni di età, Massimo si riavvicinò al teatro dopo il suo debutto sul palco ai tempi delle elementari.

Insieme ad alcuni amici, tra i quali Lello Arena, Nico Mucci e Valeria Rezza, frequentava il teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna, dopo la scuola. Contemporaneamente aveva iniziato anche a a scrivere poesie, attività che poi gli tornerà molto utile per la stesura dei suoi “mini atti unici”.

Un giorno, suo malgrado, è stato costretto ad andare in scena per sostituire un attore che all’ultimo momento aveva dato forfait perché ammalato. Nonostante il ricordo del debutto teatrale come Pinocchio, quando era bambino, Massimo sembrava davvero poco felice di ripetere l’esperienza. La sua timidezza, che credeva di aver sconfitto, tornò a farsi sentire con prepotenza in quell’occasione.

Ma l’amore per il palco e il suo innato talento per la recitazione riuscirono a prevalere e quella sera Massimo salì sul palcoscenico, interpretando la farsa di Petito.

Il suo secondo debutto sul palco fu un successo. Dopo un iniziale smarrimento, lo stesso Massimo intuì che stare sul palcoscenico era la sua dimensione ideale. Probabilmente proprio quella sera Massimo capì che quella sarebbe stata la sua strada. E perciò si buttò a capofitto in quella bellissima avventura che si chiama teatro.

La morte di mamma Elena

La riscoperta del teatro rendeva Massimo ancora più disinteressato allo studio e alla scuola, ma allo stesso tempo sviluppava maggiormente il lato artistico e poetico della sua personalità. E, in secondo luogo, gli faceva affrontare le frequenti ricadute della sua malattia con maggior positività.

Tuttavia Massimo non era assolutamente pronto ad affrontare quello che è stato il peggior lutto della sua vita.

Nel 1971, mentre Massimo soffriva per una brutta ricaduta della sua malattia, improvvisamente morì d’infarto mamma Elena. La donna era il perno intorno a cui girava tutta la famiglia e la sua repentina dipartita gettò nello sconforto marito e figli.

Rosaria ci racconta che Massimo uscì particolarmente scosso da questo lutto e lasciò un solco indelebile nella sua anima. Gli amici e ancor di più la poesia e il teatro furno una vera e propria ancora di salvezza per Massimo.

Il gruppo teatrale “Rh negativo”

La morta di mamma Elena fece maturare il modo di Massimo di rapportarsi al teatro. In quello stesso periodo, infatti, Massimo insieme a Lello Arena, Enzo Decaro e ad altri amici del teatro parrocchiale di Sant’Anna fondava il gruppo teatrale “Rh Negativo” .

Le attività teatrali di questo gruppo sono state successive alle varie messinscene delle farse di Pulcinella che Massimo e i suoi amici erano soliti portare avanti la domenica, all’interno del teatro parrocchiale. Adesso erano arrivati alla maturità artistica necessaria per provare ad abbandonare le farse napoletane e mettere in scena testi teatrali diversi e di impianto più moderno.

Massimo Troisi, forse anche a seguito del brutto lutto familiare, sentiva in cuor suo la necessità di portare avanti un tipo di comicità differente, che si staccasse da quella tradizionale.

È in questo periodo che sfruttò anche la sua buona capacità di scrittura per scrivere canovacci provenienti dalle improvvisazioni delle prove. Canovacci che poi si evolvevano in veri e propri sketch, che Troisi amava chiamare “mini atti unici”.

Ho cominciato a scrivere io. Già scrivevo poesie, ma solo per me, poi ho cominciato a buttar giù canovacci e tra parentesi mettevo ‘lazzi’, quando si poteva lasciar andare la fantasia. A me divertiva proprio uscire coi ‘lazzi’, improvvisare, per poi tornare al copione. Era il momento del teatro alternativo d’avanguardia e tutti volevano usare Pulcinella. Rivalutarlo. C’era Pulcinella-operaio, e cose del genere. A me questa figura pareva proprio stanca. Pensavo che bisognasse essere napoletano, ma senza maschera, mantenere la forza di Pulcinella: l’imbarazzo, la timidezza, il non sapere mai da che porta entrare e le sue frasi candide” Sergio Lo Gatto, “Massimo Troisi dalla A alla Z”

Pulcinella era una maschera che ha affascinato molto Massimo, quando era un ragazzino. Tuttavia, con il passare del tempo, il suo modo di concepire la comicità napoletana iniziò ad evolversi. E contemporaneamente cambiò anche il suo modo di rapportarsi alla maschera di Pulcinella.

Massimo iniziò così ad esplorare nuovi e inediti linguaggi comici che lo portarono a creare una sorta di Pulcinella senza maschera. Preludio di un nuovo e diverso personaggio napoletano, lontanissimo dai tipici clichè napoletani. Un personaggio più vero e autentico, frutto di quel disagio esistenziale che ha contribuito a rendere le creazioni di Massimo così famose, perché chiunque poteva riconoscersi in quelle storie.

“Crocifissioni d’oggi”, il primo spettacolo scritto da Massimo

Proprio con il gruppo “Rh Negativo” Massimo mise in scena il primo testo teatrale scritto di suo pugno “Crocifissioni d’oggi” firmandone anche la regia insieme a Beppe Borrelli.

Proprio questo spettacolo è particolarmente significativo perché fa da spartiacque tra il teatro che Massimo aveva fatto fino a quel momento e lo svilupparsi di un nuovo tipo di comicità napoletana di cui è stato lui stesso artefice.

“Crocifissioni d’oggi” era un vero e proprio spettacolo d’avanguardia, che ben si inseriva nel solco del teatro d’impegno civile e politico dell’Italia di fine anni sessanta e inizio anni settanta del novecento.  Lo spettacolo di Massimo parlava di scottanti temi d’attualità d’allora: l’emigrazione, le lotte operaie, l’aborto, la droga. Durante la messinscena ricorreva con insistenza l’utilizzo della croce, che era metafora della durezza della vita.

Si trattava quindi di uno spettacolo di satira, che giocava sfacciatamente con la simbologia religiosa. E il risultato fu la precipitosa interruzione dello spettacolo da parte del parroco della chiesa di Sant’Anna, che disse a Massimo e ai suoi amici di trovare un luogo più consono per mettere in scena i loro spettacoli d’avanguardia sociale.

Il “Centro Teatro Spazio”

Sebbene senza più spazio a disposizione la voglia di fare quel tipo di teatro impegnato era tanta, quindi Massimo Troisi, Lello Arena, Enzo Decaro e gli altri continuarono la loro avventura teatrale fondando il gruppo “Centro Teatro Spazio“. E presero in affitto un garage in Via San Giorgio Vecchio, n. 31.

Siamo nell’Italia dei primissimi anni settanta, e il Centro Teatro Spazio non era solo lo spazio teatrale di Massimo e dei suoi amici, ma era anche e soprattutto un centro di aggregazione aperto a chiunque volesse fare un’arte impegnata politicamente e civilmente. Il Centro Teatro Spazio ospitava quindi gruppi musicali, riunioni politiche, mostre e quant’altro di culturalmente rilevante.

In questo periodo tuttavia, Massimo non riusciva a sostenersi economicamente con il teatro che produceva, motivo per cui gli scontri con papà Alfredo erano all’ordine del giorno. Massimo all’epoca abitava ancora con il padre, che non aveva intuito quanto talento possedesse suo figlio, perciò riteneva il teatro una dispendiosa perdita di tempo.  

Rosaria ci racconta con nostalgia che suo fratello, proprio per evitare di dover litigare con il padre, spesso faceva le riunioni con gli amici del teatro a casa di lei e del marito.

Certo, ancora i suoi spettacoli teatrali non lo facevano guadagnare, tuttavia Massimo credeva fermamente che solo attraverso il teatro e poi successivamente il cinema potesse esprimere le sue idee, il suo disagio che era il disagio della gioventù a cui apparteneva. E per questo, seppur in mezzo a tantissime difficoltà economiche e di salute, continuava a fare teatro. Determinazione che, da lì a pochi anni, sarebbe stata ben ripagata.

In poco tempo, infatti, il Centro Teatro Spazio diventò davvero famoso e gli spettacoli di Massimo e dei suoi amici raccoglievano, ad ogni replica, sempre più pubblico napoletano.

La ricaduta del 1976 e il viaggio negli Stati Uniti

Finalmente per quel piccolo gruppo di ragazzi teatranti le cose stavano andando per il verso giusto. Il Centro Teatro Spazio stava iniziando a dar grandi soddisfazioni a Massimo… ma nel 1976 la sua cagionevole salute tornò a mettere i bastoni fra le ruote ai suoi progetti teatrali.

Massimo aveva 23 anni e quella brutta ricaduta della sua malattia lo destabilizzò. Era consapevole del suo stato di salute, ma allo stesso tempo era così spaventato da non aver nessuna voglia di sottoporsi a una visita. Alla fine cedette alle insistenze e pressioni di familiari e amici e, accompagnato dalla sorella Rosaria, si fece visitare da un medico cardiologo, amico di famiglia.

La diagnosi fu perentoria:  era necessario intervenire il prima possibile con una operazione alla valvola mitralica per scongurare il peggio.

Massimo e i suoi familiari vennero a sapere che nell’ospedale di Houston negli Stati Uniti, si trovava un reparto di cardiologia davvero all’avanguardia e che faceva proprio al caso loro.

La famiglia Troisi tuttavia non aveva le risorse finanziarie necessarie per affrontare un viaggio simile e decisero di chiedere aiuto ad amici e parenti.

La solidarietà per Massimo fu enorme. Nel giro di poco tempo la raccolta di soldi coinvolse perfino sconosciuti, prese parte all’organizzazione della colletta anche il quotidiano di Napoli “Il mattino” e Rosaria racconta che addirittura da parte del Quirinale arrivò un contributo.

Raccolta la somma necessaria, Massimo accompagnato dalla sorella Rosaria e dal cognato, partì per gli Stati Uniti. Un viaggio che Massimo, nonostante la gravità del suo stato di salute, fece quasi a cuor leggero, sempre pronto a scherzare sulla sua situazione medica e a donare un sorriso ai suoi familiari.

Il ritorno da Houston: l’avventura teatrale continua

Di ritorno dagli Stati Uniti, Massimo si trovò di fronte al compiuto scioglimento del “Centro Teatro Spazio” .

Nel 1977 decise di continuare a fare teatro con i suoi grandi amici Lello Arena e Enzo Decaro, che lo accolsero volentieri nel loro nuovo gruppo teatrale “I saraceni“.

Massimo iniziò così a lavorare e ad esibirsi con “I saraceni” in svariati teatri di Napoli, ricevendo sempre applausi e consensi.

La svolta, comunque, arrivò nel 1977 quando Massimo e i suoi amici si esibirono presso il Sancarluccio. Era un teatro che, facendo da vetrina lle compagnie emergenti, aveva una politica simile a quella del vecchio “Centro teatro Spazio” sempre aperto alle novità.

Si trattò davvero di un colpo di fortuna, poiché l’esibizione de “I saraceni” al Sancarluccio non era assolutamente prevista, ma fu organizzata in seguito all’improvvisa rinuncia di un altro artista che doveva esibirsi quella sera, Leopoldo Mastelloni.

Lo spettacolo de “I saraceni” fu un vero e proprio successo e rimasero particolarmente entusiasti gli spettatori più giovani.

Da “I Saraceni” a “La Smorfia”

Dopo il successo presso il Sancarluccio, per Massimo e i suoi amici stavano per aprirsi le porte per il successo. Tuttavia il piccolo gruppo teatrale prima di continuare la sua carriera, decise di cmabiare il nome e di trovarne un altro che meglio identificasse la loro comicità di stampo napoletano.

I tre amici scelsero di chiamarsi quindi “La Smorfia“, sebbene la scelta di questo nuovo nome si fonda principalmente su un divertente aneddoto che Massimo e i suoi due amici hanno sempre amato raccontare.

Il nome “La Smorfia”, infatti, non fu scelto da nessun componente del trio, ma da Pina Cipriani. L’allora direttrice del Sancarluccio, quando domandò ai tre amici come si chiamasse il loro gruppo teatrale, ricevette in risposta una smorfia da parte di Massimo. La cosa fece ridere Pina Cipriani e le rimase così impressa, che suggerì loro di cambiare il nome in “La Smorfia” . I tre attori trovarono perfetto questo nome, perché richiama da vicino una tradizione napoletana: l’interpretazione dei sogni e la risoluzione di questi in numeri da giocare al lotto.

Il trio "La Smorfia"

Il trio “La Smorfia” Pubblico dominio, Collegamento

“La Smorfia” supera i confini napoletani

È perciò col nome “La Smorfia” che Troisi, Arena e Decaro, entusiasmati dal grande successo ottenuto a Napoli, sbarcarono a Roma.

Sempre nel 1977 il trio debuttò al teatro “Chanson” di Roma. Avevano ottenuto un misero contratto capestro che prevedeva per Massimo, Lello e Enzo come vitto una pizza al giorno e l’alloggio in una stanzetta buia con un letto a castello.

La prima al “Chanson” fu un vero e proprio fiasco. La platea era praticamente vuota e contava pochi e sparuti spettatori.

Massimo e i suoi due amici tuttavia non si dettero per vinti e il giorno dopo tornarono in scena con tutta la dignità dei veri artisti. Fortunatamente bastò un bel passaparola di quei pochi spettatori della messinscena precedente, perché la sala delle repliche successive fosse gremita di pubblico.

“La Smorfia” otteneva ad ogni messinscena sempre maggior successo e favore, non solo tra gli spettatori ma anche tra gli addetti ai lavori, attori e registi.

Il trio ormai era riuscito a superare i confini partenopei e ad essere ben gradito anche dal resto del pubblico italiano. Dapprima “La Smorfia” si esibì in svariati palcoscenici romani, quindi iniziarono ad essere ingaggiati anche da molti altri teatri di tantissime città italiane.

Il segreto del successo degli spettacoli di Massimo e dei suoi due amici era la rappresentazione satirica di realtà e situazioni prettamente italiane, non solo napoletane. Sotto questo punto di vista, il linguaggio napoletano dei personaggi in scena non era assolutamente una barriera per la comprensione degli spettacoli, ma solo una divertente peculiarità.

Il debutto in tv de “La Smorfia”

In ogni messinscena del trio, si delineava in maniera sempre più netta e marcata il naturale ruolo di leader di Massimo all’interno del gruppo.

Era qualcosa che chiunque poteva percepire quando “La Smorfia” si esibiva.

E così, dopo una delle loro esibizioni, Massimo venne avvicinato da Mario Pogliotti, autore della Rai, e da Bruno Voglino, dirigente Rai del settore varietà. I due proposero a Massimo di partecipare alla trasmissione “Non stop”. Volevano lui da solo nel loro programma, tuttavia Massimo riteneva Lello Arena e Enzo Decano non solo dei colleghi attori ma anche e soprattutto degli amici. E nonostante la proposta fosse ai suoi occhi davvero allettante, fu irremovibile: “O tutti e tre o nessuno!”.

Fu così che, nel 1977 “La Smorfia” debuttò in televisione.

Fino agli albori degli anni ottanta, “La Smorfia” mise in scena in tv tantissimi sketch che, forse in modo ancor più incisivo, parlavano ad un pubblico ormai nazionale. Massimo, Lello e Enzo portavano in scena caricature dei più diversi tipi umani e sociali, ironizzando su qualsiasi argomento sfruttando l’espressività di più linguaggi; quello verbale ma anche quello mimico e gestuale.

Nel giro di pochi anni “La Smorfia” ottenne uno strepitoso successo nazionale, partecipando non solo al programma televisvo “Non stop” ma anche al programma del sabato sera “Luna park” di Pippo Baudo.

La loro satira non risparmiava nessuno, per questo motivo nel 1978 subirono una censura televisiva in occasione dello sketch “La Natività“, in cui il mito della Annunciazione veniva deriso e sconsacrato tramite i problemi quotidiani, come la disoccupazione.

 

L’approdo al Cinema e il definitivo successo di Massimo

“La Smorfia” tuttavia si sciolse definitivamente nel 1980. I motivi non sono del tutto chiari, forse il successo è stato per i tre fin troppo repentino e, a giudicare dalle parole di Massimo stesso, qualcosa nell’intesa del trio si ruppe irrimediabilmente:

Mentirei se dicessi che l’intesa è venuta meno solo sul piano artistico. In effetti si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro. Siamo fatti diversamente, non so chi abbia ragione, ma al punto in cui eravamo occorreva un out definitivo. Poi c’è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso. Avrei potuto adagiarmi, tirare avanti per altri 4-5 anni e fare un sacco di soldi” da “Gli inizi. La Smorfia”

Massimo aveva ormai raggiunto una forte maturità artistica.  Sentiva ancor più urgentemente che doveva essere del tutto autonomo nel raccontare la realtà attraverso i suoi occhi.

Proprio a causa di questa sua necessità, Massimo si avvicinò al Cinema.

Lo fece a modo suo, quasi in punta di piedi, ma con in testa una certezza assoluta: nel cinema voleva realizzare solo lavori scritti di suo pugno, senza scendere a compromessi di alcuna sorta.

Per questo motivo rifiutò le tantissime offerte di lavoro che gli vennero proposte, accompagnate perfino da assegni in bianco. Forse qualcuno, all’epoca, vide in Massimo una persona superba.

In verità il suo atteggiamento era perfettamente in linea con il suo modo di essere: Massimo non voleva sporcare la sua identità per mantenere la fama appena raggiunta.

Per lui il cinema, così come il teatro, era una forma d’arte attraverso cui esprimere il suo pensiero.

Il produttore cinematografico Mauro Berardi intuì il potenziale di Massimo e lo sostenne per la realizzazione del suo primo film .

E così, nel 1981 uscì al cinema il film “Ricomincio da tre” che consacrò il suo definitivo successo nazionale.

E Massimo diventò, all’età di 28 anni, il Troisi che ancora oggi amiamo!

Troisi insieme con gli amici Lello Arena, Renzo Arbore, Maurizio Nichetti e Roberto Benigni.

Troisi insieme con gli amici Lello Arena, Renzo Arbore, Maurizio Nichetti e Roberto Benigni. Pubblico dominio, Collegamento

Cosa possiamo imparare dalla storia di Massimo Troisi?

Leggere come i grandi artisti, oggi famosissimi, hanno iniziato la loro carriera trovo che sia infinitamente interessante. E educativo.

La storia di Massimo Troisi credo che ci insegni innanzitutto che è importante saper essere pazienti e lavorare su se stessi, per migliorarsi ogni giorno.

Ci insegna anche che non bisogna mai darsi per vinti, e che anche di fronte alle difficoltà, si deve sempre mantenere la caparbietà di andare avanti. E se riusciva a non perdersi d’animo Massimo Troisi, con i suoi gravi problemi di salute, possiamo non scoraggiarci nemmeno noi. 

Certo, Massimo era anche una persona dotata di uno straordinario talento, sia come attore che come autore. Questa sua innata caratteristica sicuramente può avergli facilitato le cose.

Ma è anche vero che la sua più grande virtù è stata quella di non “bruciarsi subito”, magari accecato dal bagliore di quelle proposte lavorative che promettevano soldi e successo.


Massimo ci insegna soprattutto che il valore di un vero artista è nel mantenere la propria autenticità, al di là del successo.

E per chi è agli inizi della carriera, credo che non esista insegnamento più grande.


Se sei arrivato fino a questo punto,  vuol dire che ritieni questo articolo interessante, per cui condividilo con i tuoi amici, per far vedere loro che anche in mezzo alle avversità è possibile farcela!

Ci vediamo la prossima volta, con la storia di un’altra importantissima artista italiana! Non mancare!

 

 

 

Commenti Facebook

it_ITItalian
it_ITItalian