Oggi è la ricorrenza di una data importante, la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia.

È importante perché non c’è niente di cui aver paura quando siamo di fronte a due esseri umani che si amano.

E non ci dovrebbe importare molto se quegli esseri umani che si amano sono dello stesso sesso. L’unica cosa importante è che si amino. Punto.

Il fatto che l’Unione Europea nel 2004 abbia sentito la necessità di istituire una giornata mondiale per ribadire questo concetto, puro e semplice, mi fa credere che ancora si debba fare molta strada.

È d’altronde solo nel 1990 che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di rimuovere la voce “omosessualità” dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie.

Prima di quella data essere omosessuali significava a tutti gli effetti essere malati.

In definitiva amare un essere umano dello stesso sesso era considerato qualcosa da curare.

Noi di Teatro per Tutti vogliamo cogliere l’occasione di questa giornata, per raccontarvi le difficoltà legate alla loro omosessualità di due grandi geni del teatro:

Oscar Wilde e Tennessee Williams.

 

 

Il Processo a Oscar Wilde.

Probabilmente il processo ai danni di Oscar Wilde, accusato di Sodomia, è uno dei processi più celebri della storia. Lo è a ragione, perché sul banco degli imputati ci finì un autore che già ai suoi tempi era piuttosto noto nell’ambiente culturale inglese ed europeo.

Il processo iniziò il 18 febbraio 1895 quando il Marchese John Sholto Douglas denunciò Oscar Wilde per sodomia. Si concluse qualche mese più tardi, il 25 maggio, con una sentenza definitiva che inflisse a Wilde il massimo della pena per quel tipo di reato: due anni di lavori forzati.

Si dice che il giudice, Alfred Willis, si rammaricò del fatto che per un reato del genere non fosse prevista la pena di morte.

maglietta oscar wilde

Ocar Wilde la sapeva lunga! Guarda le magliette con le sue citazioni!

L’antefatto del Processo.

Ma per capire come venne scoperta l’omosessualità di Wilde e come mai venne condannato dal Marchese Dougals, è bene fare un salto indietro.

Qualche anno prima, nel 1891 Oscar Wilde incontrò e si innamorò di un giovane aristocratico, Alfred Dogulas detto “Bosie”. Alfred era il figlio del noto Marchese John Sholto Douglas, con cui aveva un pessimo rapporto. Lo stesso Marchese che accusò Wilde di Sodomia, appunto.

Oscar Wilde all’epoca era sposato e aveva due figli, ma come altri inglesi a lui contemporanei, conduceva diverse relazioni extraconiugali. Per questo motivo, non ebbe alcuna remora a portare avanti una storia con il giovane Alfred.

Come ci insegna la brillante commedia di Wilde “L’importanza di chiamarsi Ernest”, la società inglese dell’epoca vittoriana era dominata da un forte rigore morale. Ne consegue che lo stesso Wilde, seppur innamorato, cercò di non rendere pubblica la sua relazione con Alfred. Bosie al contrario, non ne faceva mistero  perché in eterno conflitto col padre, che voleva colpire con la macchia dello scandalo.

Dato il carattere piuttosto irrequieto e incostante di Alfred, la relazione tra i due fu travagliata , piena di alti e bassi e di tradimenti da parte di Bosie. Ma nonostante questo, la loro storia durò per diversi anni. Fino al 1895, l’anno del processo di Wilde.

 

La relazione tra Wilde e Bosie e l’inizio della fine per lo stesso Wilde.

Uno dei motivi per cui la relazione tra Wilde e Douglas fu così travagliata, fu anche il padre di quest’ultimo che osteggiava i due con ogni mezzo.

Come ho già detto, Alfred aveva un pessimo rapporto col padre e quest’ultimo, data la sua posizione sociale, si sentiva sempre più in imbarazzo per il comportamento disdicevole e sconveniente del figlio. Si narra che più volte il vecchio John Sholto Douglas abbia detto al figlio di terminare la sua scandalosa relazione con Wilde, ottenendo sempre un rifiuto.

Questa continua opposizione, fece passare il Marchese alle maniere forti: iniziò a intimidre e minacciare Oscar Wilde. Quest’ultimo, pare consigliato dallo stesso Bosie, decise nel 1895 di denunciare John Sholto Douglas di diffamazione.

E proprio durante il processo ai danni di John Sholto Douglas che il Marchese, per difendersi dalle accuse di Wilde, accusò a sua volta il drammaturgo di Sodomia portando al processo le testimonianze di giovani uomini che disserò di aver avuto delle relazioni con il drammaturgo.

 

Le reazioni.

Venuta alla luce la sua inclinazione sessuale, Wilde nel giro di poco tempo si ritrovò praticamente da solo. Solamente pochi amici intimi gli rimasero vicini.

Dal punto di vista lavorativo, non tardò a manifestarsi l’aperta ostilità da parte del pubblico. Alcuni teatri in cui erano in scena le sue commedie, decisero infatti di cancellarne le date. Nei cartelloni pubblicitari delle sue messinscene venne eliminato il nome di Wilde.

L’ambiente londinese gli divenne improvvisamente così ostile, che diversi amici intimi di Wilde gli consigliarono di fuggire all’estero, mentre era in attesa del verdetto. Ma il nostro autore, fatalmente, decise di non scappare, sicuro di non aver fatto niente di male.

D’altronde, l’ostilità nei suoi confronti non rimase confinata solo in Inghilterra.

In Francia, ad esempio, tre amici letterati di Wilde rinnegarono la loro amicizia nei suoi confronti, a seguito di un articolo di un giornale in cui i loro nomi venivano accostati al drammaturgo. Inoltre, sempre in Francia, venne vietata la vendita delle fotografie che ritraevano Oscar Wilde.

Infine la famosa attrice francese Sarah Bernhardt, sebbene dapprima si dimostrò disponibile ad aiutare Wilde con le spese del processo comprando i diritti di Salomè, quando la situazione dello scrittore si fece sempre più difficile, si rifiutò di aiutarlo e lo abbandonò.

 

Il sincero amore di Oscar Wilde per “Bosie”.

Oscar Wilde venne, come detto, condannato a due anni di reclusione e ai lavori forzati.

Furono anni molto duri per lo scrittore irlandese. La vita in carcere fu un’esperienza così terribile, che Oscar ne rimase sconvolto e traumatizzato. E dal punto di vista fisico, ne compromise irrimediabilmente la salute.

Nel 1897, uscito di prigione, riversò tutto il malessere della sua esperienza nella stesura, sotto falso nome, di “La ballata del carcere di Reading” . In questo componimento poetico la sua visione estetista della realtà venne sostituita da un profondo pessimismo.

E è con questa opera che Wilde esprime tutto il suo rancore nei confronti di una società bieca e ottusa, pronta a condannare il prossimo senza provare un minimo di empatia e di comprensione.

Personalmente, la cosa che più mi fa male è sapere che Wilde continuò ad amare il suo “Bosie” senza essere minimamente contraccambiato. Per due lunghissimi anni Oscar Wilde, infatti, non ottenne altro che freddezza da Alfred.

Riporto qui l’inizio della lettera in cui Wilde, ormai alla fine della sua condanna,scrive un’ultima volta a “Bosie”.

De Profundis

Caro Bosie,
dopo lunga e sterile attesa ho deciso di scriverti io, per il tuo bene come per il mio, poiché non vorrei proprio ammettere d’essere passato attraverso due lunghi anni di prigionia senza mai ricevere un solo rigo da te, una qualsiasi notizia, un semplice messaggio, tranne quelli che m’arrecarono dolore.

La nostra amicizia, nata male e tanto deplorevole, è finita con la rovina e con la pubblica infamia per me, eppure il ricordo del nostro antico affetto mi fa spesso compagnia, e mi riesce così triste, così triste il pensiero che l’astio, l’amarezza, il disprezzo debbano prendere per sempre il posto dell’amore nel mio animo: e anche tu sarai convinto, suppongo, nel profondo del tuo cuore che scrivermi, mentre vivo nella solitudine di questo carcere, sia sempre meglio di pubblicare le mie lettere senza il mio permesso o di dedicarmi versi non richiesti, e non c’è alcun bisogno che il mondo sappia qualcosa delle parole, di qualsiasi parola, di dolore o passione, rimorso o distacco che ti piacerà inviarmi come replica o richiamo…

 

 

La vita di Tennessee Williams nell’America del Novecento.

Tennessee Williams ha vissuto negli Stati Uniti per quasi tutto il Novecento.

Se una parte degli statunitensi era positivamente recettiva ai cambiamenti morali e sociali dell’epoca, dall’altra era ancora molto forte la presenza di una America bigotta, razzista e omofoba.

E’ in un paese del genere che Tennessee Williams si è ritrovato a vivere. Nato nel 1911 nell’America del Sud, è cresciuto in una famiglia complicata.

Il padre è stato il primo “bullo” che il Williams bambino ha incontrato nella sua vita. L’uomo, fermamente cattolico e maschilista, lo denigrava per i suoi atteggiamenti già all’epoca poco mascolini. Inoltre disprezzava enormemente il suo amore per la letteratura.

Uomo violento e prepotente, teneva l’intera famiglia sotto scacco terrorizzando i figli e la moglie. La madre di Tennessee, infatti, non era abbastanza forte per opporsi al marito e nonostante le violenze subite, continuava a proporre l’uomo come esempio da seguire ai figli.

 

L’educazione puritana, il dramma della sorella Rose e la difficile accettazione della sua omosessualità.

Williams crebbe in una famiglia fortemente religiosa e con una radicata educazione puritana. Quest’ultima diventò un vero problema per lui, quando divenne consapevole della sua omosessualità. Sembra, infatti, che da giovane visse con dolore questa sua natura.

A complicare la situazione, ci fu anche il dramma familiare di sua sorella Rose, l’unico membro della famiglia a cui si sentiva indossolubilmente legato.

La ragazza, dopo aver dato chiari segni di schizofrenia, venne sottoposta alla pratica medica della lobotomia rimanendo un vegetale. Tennessee Williams si sentì sempre in colpa per non essere riuscito ad impedirlo e riversò tutto il suo rancore nei confronti della madre, colpevole di aver convinto la figlia a sottoporsi a questo trattamento.

Il fragile Williams, sopraffatto dal dolore per la sorella visse un periodo pieno di eccessi, fatto di droga alcool e sesso.

 

L’ accettazione della sua omosessualità e la sua relazione con Frank Merlo.

In quegli anni, l’unica nota positiva della vita privata di Williams fu l’accettazione della propria natura omosessuale, senza alcuna riserva. Per il resto, fu un periodo sregolato, che neanche il grande successo del suo “Lo zoo di vetro” riuscì a mitigare molto.

Williams ritrovò l’equilibrio solo con Frank Merlo, suo compagno di vita e segretario personale che conobbe nel 1947. La loro fu una bella storia d’amore, a cui Williams si aggrappò come se fosse un’ancora di salvezza.

Profondamente innamorato, non fece mai mistero della loro storia sentimentale. Un atto di estremo coraggio, se pensiamo agli Stati Uniti degli anni cinquanta e sessanta, dominati dal pensiero razzista e omofobo del Ku Klus Klan e altri movimenti simili.

Gli anni della relazione con Merlo coincidevano per Williams anche con gli anni più produttivi dal punto di vista drammaturgico e cinematografico.

Ma si sa, le cose belle non durano per sempre e Merlo morì nel 1963 per carcinoma polmonare.

In seguito Williams cadde in una profonda depressione. Iniziò a bere  e forse, a causa della mente annebbiata dall’alcool, la sua vena creativa venne compromessa. Tennessee  non riusciva a scrivere opere teatrali che incontrassero il gusto del pubblico, fatto qualche rara eccezione come la famosa opera “La gatta sul tetto che scotta”.

Solo dopo circa dieci anni riuscì a riprendersi parzialmente, tornando a scrivere con maggior entusiasmo.

 

L’Aggressione omofoba nel 1979.

La relazione con Merlo fu particolarmente incisiva per Tennessee Williams, sebbene ebbe anche altri amanti dopo di lui, dichiarandosi apertamente omosessuale agli occhi del pubblico.

Questo, ovviamente, gli provocò l’odio insensato da parte di chi non poteva accettare gli omosessuali.

Nel 1979, una notte mentre tornava nella propria abitazione, all’età di 68 anni, venne brutalmente aggredito da un branco di cinque adolescenti a causa della sua omosessualità, ispirati dagli articoli di un giornale anti-gay redatto da un locale ministro battista.

Williams si salvò per miracolo, ma portò le conseguenze dell’aggressione fino alla morte, avvenuta nel 1983.

 

 

 

“L’amore che non osa pronunciare il suo nome”.

Oscar Wilde e Tennessee Williams non sono gli unici due omosessuali che hanno subito aggressioni e ingiustizie per la loro sessualità.

Lo stesso Pier Paolo Pasolini è stato avversato a causa anche della sua omosessualità. E il suo stesso omicidio potrebbe avere, tra le varie cause, anche l’omofobia.

Nel corso della storia, tantissime persone sono state perseguitate o uccise per il loro orientamento sessuale.

Sebbene oggi anche nel nostro paese è formalmente riconosciuto e accettato l’amore tra due persone dello stesso sesso, in altre parti del mondo l’omosessualità è ancora un reato penalmente condannabile.

Per questo motivo non bisogna mai dimenticarci il significato della Giornata Mondiale contro l’Omofobia.

E’ perciò con le parole di Wilde che voglio concludere questo articolo, perché sono convinta che siano parole su cui riflettere bene, tutti quanti.

Durante il processo, dal pubblico ministero incaricato dell’accusa venne letta una poesia scritta da “Bosie” intitolata “two lovers”. L’avvocato riportò poi un verso di questa poesia, domandando a Wilde “che cos’è ‘ l’amore che non osa pronunciare il suo nome’?”

Questa è stata la sua risposta.

 

” ‘L’amore che non osa pronunciare il suo nome’ in questo secolo è quel genere di affetto di un uomo maturo per uno più giovane, che vi fu tra Davide e Gionata, che Platone mise a fondamento base della sua filosofia e che si può trovare nei sonetti di Michelangelo e di Shakespeare.

In questo secolo è stato frainteso. Talmente frainteso che lo si può definire ‘L’amore che non osa pronunciare il suo nome’.

E per questo io mi trovo qui ora. E’ bello, è squisito. E’ la più nobile forma di affetto.

Non c’è niente di innautrale in questo amore.

E’ intellettuale. E di frequente esiste tra un uomo maturo e uno più giovane, quando l’anziano ha intelletto e quello più giovane ha tutta la gioia, la speranza e lo splendore della vita davanti a sè.

Che debba essere così, il mondo non lo accetta. Il mondo si beffa di questo. E qualche volta manda sul patibolo per questo.”