Mi capita abbastanza spesso di sentire affermazioni drastiche sul mondo del teatro. Affermazioni che mi lasciano senza parole.

Generalmente chi fa questo tipo di affermazioni lo fa con estrema sicurezza e senza alcun dubbio, tanto che mi riesce difficile anche solo pronunciare un “Ma, veramente…”

Forse il mio rimanere in silenzio, di fronte ad affermazioni tanto sicure, deriva dal fatto che sono una persona costantemente piena di dubbi e insicura su diversi aspetti.

Ma proprio perché sono il prototipo di persona “che sa di non sapere”, mi informo e studio di continuo.

E leggo.

Leggere e non smettere mai di incuriosirmi, soprattutto nel mondo del teatro, mi ha fatto conoscere tre autori teatrali contemporanei davvero “forti”, che mi piacciono un sacco.

Quindi ho deciso che li userò per controbattere ad una delle affermazioni drastiche di cui parlavo poco più su.

Infatti tra le più gettonate sembrano esserci asserzioni come:

  • la drammaturgia contemporanea praticamente non esiste!
  • I testi teatrali di oggi non eguaglieranno mai i grandi classici!
  • Una qualsiasi altra frase che denigra il presente a favore del passato, tipo “si stava meglio quando si stava peggio“.

 

Beh, a mio avviso, queste affermazioni sono sbagliate.

E per quanto mi riguarda, esistono almeno tre autori teatrali contemporanei che supportano questa idea.

Tre autori che scrivono testi teatrali notevoli, che vengono messi in scena dalle compagnie professionistiche italiane e straniere con molto successo.

 

 

 

1. Stefano Benni.

Il primo autore contemporaneo di cui voglio parlare è Stefano Benni. Classe 1947, è nato a Bologna e penso sia una persona dall’animo un po’ ribelle. Questo suo modo di essere si può intravedere già dal suo modo di scrivere, davvero particolare e mai uguale a se stesso. Puoi farti un’idea di come scrive, leggendo la sua autobiografia presente nel suo sito web, www.stefanobenni.it .

Stefano Benni

Stefano Benni, di Claude Truong-Ngoc, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Benni penso che rispecchi al meglio la mia idea di artista.

Un artista, per me, è una persona che esprime le sue migliaia di idee in modo non convenzionale ma nonostante questo comprensibile.

Benni è una forza dirompente, che esprime i suoi pensieri su ciò che lo circonda, attraverso una fervida immaginazione e una pungente ironia, che personalmente adoro.

Una persona in fervente attività come lui, non può dire quel che pensa attraverso un unico genere letterario. E infatti non ha scritto solo testi teatrali, ma anche racconti, romanzi e  ha scritto perfino per il cinema.

Inoltre Stefano Benni è un attore e condivide il palco anche con musicisti jazz, come avviene nella sua ultima tournèe.

 

 

“Le Beatrici”

Ho conosciuto “Le Beatrici” quando, quasi per caso, mi sono imbattuta nel video di una messinscena di questo testo. Affascinata dalla crudele ironia delle parole pronunciate dalle attrici, mi sono affidata al nostro amico Google per saperne qualcosa di più.

Comprarmi il libro un paio di giorni più tardi è stato un processo del tutto naturale per me.

“Le Beatrici” non è un testo teatrale canonico. Non c’è una storia con dei protagonisti che ha un inizio, uno svolgimento e una fine.

“Le Beatrici” è un insieme di otto ritratti, di otto donne differenti. Ogni donna è figlia dei tempi che corrono. E con i tempi che corrono, non sono ritratti consolatori e positivi.

Ogni ritratto è un monologo. E ogni monologo è il modo attraverso cui ognuna di queste donne si racconta e racconta l’Italia dei nostri giorni.

C’è la ragazzina viziata e crudele, la donna d’affari bella e senza scrupoli, una suora ninfomane e tanti altri ritratti di donne, estremi e atroci. Come estrema e atroce sa essere la nostra società.

Questi otto personaggi sono ironici e sanno come farti ridere. Ma ognuno di loro ti lascia in bocca un sapore amaro.

Ogni donna, infatti, ha un aspetto terrificante che espone senza vergogna e con una naturalezza disincantata, che spaventa.

La grandezza di questo testo teatrale risiede quindi nel ritratto di queste otto donne e nella critica alla società che ognuna di loro porta con sè.

A intervallare i ritratti di queste otto donne, ci sono ballate e poesie caratterizzate dalla stessa ironia pungente e amara dei monologhi.

E infine, una canzone che l’autore ha scritto e dedicato al grande Fabrizio De Andrè, che ha sempre avuto uno sguardo critico nei confronti della società italiana, dando voce agli utlimi e agli emarginati.

 


 

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2. Yasmina Reza.

Yasmina Reza è un’altra autrice contemporanea che ha fatto dell’ironia pungente e cattiva il suo segno distintivo.

Francese, ma con padre iraniano e madre ungherese, è nata a Parigi nel 1959 e fin da giovanissima ha avuto un forte rapporto col teatro, sia in veste di attrice che di autrice.

Yasmina è assolutamente una che sa il fatto suo. A conferma di questo è il grande successo internazionale del suo terzo testo teatrale “Art” , che è stato tradotto in trenta lingue e rappresentato in tutto il mondo.

Come Benni, Yasmina Reza esprime la sua arte narrativa non solo attraverso il teatro, ma anche tramite sceneggiature e racconti e romanzi.

Il suo stile è sempre caratterizzato da un’ironia pungente e dissacrante. Nelle sue opere teatrali la Reza tratteggia con chiarezza i meccanismi più assurdi della società a noi contemporanea, senza però esprimere alcun tipo di giudizio.

Lascia che sia il lettore o lo spettatore a giudicare. Lei semplicemente espone la realtà, in tutta la sua cruda e perversa ironia.

 

“Il dio del Massacro”

Ancora non ho letto tutta la produzione letteraria di Reza, tuttavia per il momento il suo testo teatrale che preferisco è senz’altro “Il Dio del Massacro”.

Conosciuto grazie al riadattamento cinematografico che ne ha fatto Roman Polansky nel 2011 col film “Carnage”, mi sono letteralmente innamorata di questa piccola grande opera teatrale.

La trama è articolata in un atto unico. Protagonisti sono due coppie di genitori della borghesia francese, che decidono di risolvere un litigio avvenuto tra i loro figli, parlandone un pomeriggio a casa di una delle due.

Le intenzioni, da entrambe le parti, sono tra le più nobili. L’educazione e la buona creanza la fanno da padroni, perché tutti e quattro i nostri protagonisti sono convinti di essere persone adulte e civili.

Ma in realtà quella che indossano è solo una maschera costruita dalla società del politicamente corretto che ci vuole sempre moralmente integri, buoni e dalla mentalità aperta.

Una maschera che ben presto inizierà a sgretolarsi, lasciando venir fuori la vera natura di ogni essere umano. Una natura violenta, animalesca e prevaricatrice, sempre volta a contrastare e a sovrastare il più debole.

In effetti, non poteva essere altrimenti. Ogni genitore, quando si tratta dei propri cuccioli, ha l’istinto di proteggerli. E proteggere il proprio cucciolo, in natura, significa anche attaccare chi lo minaccia, con ogni mezzo.

Quello che fanno queste due coppie di genitori è questo, ma è solo la punta di un iceberg ben più grande.

Risolvere il litigio tra i loro due bambini è solo un pretesto per sfogare quella loro parte istintiva e più animalesca che la società li costringe a tenere a bada.

E’ il pretesto per sfogare la frustrazione di un rapporto di coppia (in entrambe le coppie) che non va più così bene. E’ il pretesto per attaccarsi, sia all’interno della coppia che all’esterno, perché alla base non c’è nessuna mentalità aperta. Non c’è comprensione e voglia di venirsi incontro, di capirsi.

Ne consegue che questi quattro adulti, rappresentanti della borghesia di una qualunque società contemporanea, si comportano quasi come dei bambini viziati. Ognuno di loro rimane ancorato alle proprie idee e pretende che l’altro faccia o dica esattamente quello che vuole.

L’incomunicabilità la fa da padrona, così come la violenza, verbale e fisica.

E tutti e quattro i protagonisti si ritroveranno, senza nemmeno accorgersene, assoggettati a quello che è la regola del più forte, il motore del mondo dalla notte dei tempi: il Dio del Massacro.

 

 

 

3. Stefano Massini.

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Stefano Massini, Di 13forseOpera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

Tornando in Italia, un altro autore teatrale contemporaneo davvero degno di nota è il fiorentino Stefano Massini.

Il più giovane del terzetto, è nato nel 1975 e poco più che ventenne ha avuto modo di entrare in contatto con il mondo del teatro.

E ha avuto anche l’enorme fortuna di conoscere il grande regista Luca Ronconi.

È stato proprio Ronconi ad avviare il giovane Massini alla carriera di regista teatrale, incoraggiandolo a prender contatti col Piccolo di Milano. Dopo poco tempo, dal Piccolo gli rispondono e gli chiedono se è disponibile per scrivere i diari delle prove degli spettacoli che, in quel periodo, venivano allestiti in teatro.

E da lì l’amore di Stefano Massini per il teatro è stato indissolubile. Abbandona gli studi universitari e si dedica al teatro completamente. Dapprima come regista e poi, ancora una volta consigliato e stimolato da Luca Ronconi, si avvicina alla scrittura.

E’ così che ha inizio il suo vero e proprio impegno teatrale, che si alterna tra regie e stesura di drammaturgie di grande impatto e successo.

Attualmente le sue opere teatrali vengono tradotte e allestite in tutta Europa, in America e in Cina.

La forza della sua drammaturgia sta nel portare avanti un teatro civile, che non ha alcun timore di affrontare casi e tematiche scomode e spinose, anche di natura politica.

Per Stefano Massini il teatro è il mezzo attraverso cui risvegliare le coscienze degli spettatori, e lo fa attraverso testi scritti in modo chiaro e con uno stile colloquiale.

 

“7 minuti. Consiglio di fabbrica”

Ho conosciuto questo testo teatrale circa un anno fa, quando il mio maestro e regista Marco Conte mi ha contattata per dirmi che mi voleva come attrice nella sua prossima regia, “7 minuti”, appunto.

Prima, devo confessare, non avevo idea di chi fosse Massini e non avevo mai letto il suo “7 minuti”.

Ho letto questo testo teatrale, un atto unico, in un quarto d’ora. Mi prese così tanto, che non vedevo l’ora di salire sul palco e impersonare una di quelle donne.

Il testo è infatti un’opera corale, dove protagoniste sono undici donne. Nove operaie e due impiegate di una fabbrica tessile.

E’ un consiglio di fabbrica. Di una fabbrica che ha appena subito un cambio di gestione.

I nuovi padroni, per scongiurare la chiusura della fabbrica stessa, chiedono al consiglio di rinunciare a sette minuti dell’intervallo. La loro pausa, perciò, non durerebbe più quindici minuti, ma otto.

Un compromesso che sembra quasi un regalo. Un compromesso che chiunque accetterebbe di buon grado, visto che l’opzione è essere licenziati. E’ diventare discoccupati in un periodo storico in cui avere un lavoro è un lusso per pochi.

In fondo “cosa sono sette minuti?”.

E la risposta a questa domanda, non è così scontata. Quei sette minuti sono un lusso o un diritto? Perché rinunciarvi, se quei sette minuti di intervallo spettano di diritto e per contratto ad ogni lavoratrice della fabbrica?

Sono queste ed altre domande che Blanche, la portavoce del consiglio di fabbrica, ripete più volte.

Blanche, un’operaia non più giovane, cerca così di insinuare nelle colleghe  il dubbio che forse questa richiesta non è così innocente. Che una richiesta del genere, i nuovi padroni della fabbrica non avrebbero neanche dovuto pensarla, figuriamoci proporla al consiglio.

Ancora una volta, siamo di fronte ad un atto unico che scandaglia, senza filtri, le tante sfaccettature dell’essere umano. Che ci fa capire come l’essere umano, sebbene inserito nella società, non sia altro che un animale che tende all’autoconservazione. E che per autodeterminarsi agisce anche con violenza, spinto dall’istinto di sopravvivenza.

Avere un lavoro, infatti, è anche una questione di sopravvivenza. Chi ha un impiego sopravvive meglio di chi un lavoro non ce l’ha, perché la nostra è una società ogni giorno sempre più diseguale e ingiusta. E meschina nei confronti degli ultimi.

 

Conosci altri autori contemporanei degni di nota?

Questi sono gli ultimi tre testi teatrali che ho divorato nel giro di poco tempo.

Sono stati scritti da autori contemporanei, ancora in vita e che hanno ancora tanto da dire.

Se è giusto e sacrosanto conoscere la storia del teatro e quindi i grandi drammaturghi del passato, penso che sia altettanto giusto leggere e conoscere i testi di chi scrive e inventa storie ora, nel nostro tempo.

Magari non sempre riusciamo a capire cosa gli autori contemporanei vogliono dirci con le loro opere, altre volte può succedere che la loro arte ci infastidisca, ma sono convinta che è una sorta di dovere morale provare a conoscerli.

In ogni caso ci faranno vedere la realtà da un punto di vista differente dal nostro. E questo, sicuramente, non è un male.

Conosci qualche altro autore contemporaneo?

Scrivimelo nei commenti! 😉

 

 

 

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3 autori teatrali contemporanei che devi conoscere
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3 autori teatrali contemporanei che devi conoscere
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Si sente spesso dire che gli autori contemporanei non sono all'altezza di quelli del passato. Non credo sia del tutto vero, quindi voglio farvi conoscere 3 autori contemporanei che ho apprezzato molto. Se ne conoscete altri suggeritemeli!
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