Eccoci arrivati all’undicesimo appuntamento col progetto “Monologo del Mese”.

Stavolta il monologo di cui andremo a parlare è tratto da un’opera di un autore italiano, Alessandro Baricco.

L’opera è il lungo Monologo-racconto “Novecento”.

Lo ha interpretato per noi l’amico, attore e cantante lirico, Alberto Fonti.

Potrai vedere la sua interpretazione nel video caricato nel canale Youtube di Teatro per Tutti.

[Guarda il Monologo finale di Novecento, interpretato da Alberto Fonti]

Perché Novecento?

Ho scelto questo monologo perché il testo da cui è tratto penso sia uno dei più potenti che abbia mai letto.

La storia è scritta così bene che non puoi non innamorarti del protagonista, non puoi non avere in simpatia il narratore di questo splendido racconto.

Il racconto della vita di una persona speciale.

Di quelle che ti entrano nel cuore, senza far rumore. E che, quando se ne vanno, ti lasciano un vuoto incolmabile dentro.

Chi è Novecento?

Novecento non è solo il titolo di questo straordinario testo teatrale (che se non hai letto, ti consiglio vivamente di farlo), ma è anche e soprattutto il nome del protagonista.

O meglio, una parte del suo nome.

Tutto il monologo infatti racconta la vita di un bambino nato e cresciuto dentro il Virginian, un translantico.

Il bambino si chiama Danny Boodman T.D. Lemon Novecento.

Il piccolo era stato abbandonato sopra il pianoforte della sala da ballo della Prima Classe e trovato, per caso, da un marinaio di colore.

Il vecchio e buon Danny Boodman decise di adottare il bimbo e gli dette il proprio nome. Poi ci aggiunsce le iniziali T.D. e la parola Lemon, stampati nella scatola in cui il piccolo era stato trovato.

Alessandro Baricco

Alessandro Baricco, Foto di Jaqen (Niccolò Caranti) – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Ma non bastava. Ad un nome così serviva un finale ad effetto. E fu così che il vecchio Danny decise di aggiungere anche la parola”Novecento”, perché lo trovò il 1 gennaio del 1900.

Lo tenne però nascosto, perché temeva che potessero portarglielo via e gli fece da padre fino all’età di otto anni, quando morì in seguito a una ferita riportata durante una tempesta.

Nei giorni successivi il bambino scomparve misteriosamente, durante un’ispezione della polizia. Quando ricomparse, lo fece suonando il pianoforte.

E fu da quel giorno che Novecento e il pianoforte diventarono una cosa sola.

La storia ci viene raccontata dal trombettista del Virginian, che salì a bordo nel gennaio del 1927, diventando ben presto amico del nostro protagonista.

Tutto il testo teatrale infatti, salvo qualche eccezione, è un monologo portato avanti da quest’uomo che, avendo incontrato una persona tanto singolare, non può non raccontarne la vita fuori dal comune.

La vita di Novecento.

Novecento, come detto poco più su, nacque dentro il piroscafo e quel piroscafo è stato tutto il suo mondo, fino alla sua morte. Novecento, infatti, per tutta la sua vita non ha mai trovato la forza e il coraggio di scendere dalla nave.

E perché avrebbe mai dovuto far una cosa tanto pazza? Lì dentro in quella nave lui ha tutta la sua vita, la sua straordinaria vita.

E’ dentro la nave che ha fatto le sue primissime esperienze. Ed è solo dentro la nave, con tutto quel viavai di passeggeri, che ha potuto conoscere ogni angolo di mondo, attraverso i racconti e le facce delle persone che ha incontrato. E forse sa più cose del mondo e della vita Novecento, che qualsiasi altra persona sulla faccia della Terra.

Novecento e il Pianoforte.

Novecento poi, fin dalla sua nascita, ha avuto un forte legame con il pianoforte.

Da piccolo fu abbandonato proprio sopra un pianoforte.

E quando a otto anni sparì misteriosamente dalla nave, fu proprio al pianforte che ricomparse. E da quel giorno, all’età di otto anni, Novecento ha sempre suonato il pianoforte.

Fu poi naturale per lui, da adulto, diventare il più grande pianista del mondo.  A detta del suo amico e dei passeggeri del Virginian, infatti, era un mago con quei tasti bianchi e neri.

La sua non era musica, era magia.

Novecento e il pianoforte erano una cosa sola.

Il loro legame era talmente così forte da non poter essere scalfito da niente e da nessuno.

Il pianoforte era così sia la sua forza che la sua più grande debolezza. Proprio perché non riusciva a lasciarlo, a “svezzarsi” dal pianoforte, che Novecento si vietò tante altre esperienze normali della vita, come l’avere una ragazza, conoscere gente e posti nuovi. Come lo scendere dalla nave.

E così il pianforte, se è il suo modo di esprimersi, è anche una sorta di zavorra che lo tiene legato alla nave. E’ il simbolo della sua paura di vivere. Di vivere una vita vera, di amare.

Il pianoforte è il simbolo della sua paura di scendere dal piroscafo e di conoscere il mondo. Il mondo per lui è una cosa troppo grande, sconfinata. E’ enorme. E lo spaventa.

Per questo motivo Novecento dedica tutta la sua vita alla musica. A quei tasti bianchi e neri. Per questo Novecento suona tutte le sere per i passeggeri del transatlantico. Suona per loro. Per far loro dimenticare la paura di essere spersi in mezzo all’oceano.

Novecento e il Virginian.

Il Virginian diventa quindi non solo il suo mondo, ma anche il custode dei suoi desideri e delle sue paure.

Novecento quella nave non la abbandonerà mai. Neanche quando, ormai mezza distrutta ed essere stata usata come ospedale viaggiante durante la seconda guerra mondiale, viene deciso di farla saltare in aria.

Neanche in quel momento Novecento riesce a scendere dalla nave.

Il nostro trombettista, il miglior amico di Novecento, fa di tutto per convincerlo a scendere.

Ma Novecento ormai ha deciso. E’ nato su quella nave. E su quella nave, insieme a quella nave morirà. Lasciando un grandissimo vuoto nel cuore del narratore, ma anche in quello di ciascuno di noi che ha ascoltato la sua storia.

Il Monologo di Novecento.

Il monologo che Alberto Fonti ha interpretato per noi, è quello in cui è Novecento stesso a prendere la parola. Come ho detto più su, quasi tutto il monologo viene detto dal trombettista e pochi sono i momenti in cui sentiamo le parole del più grande pianista dell’oceano.

Novecento prende la parola proprio nel momento in cui sembra davvero deciso di scendere dalla nave, di aver preso coraggio e di affrontare la vita.

In questo monologo ci racconta le sue sensazioni, le sue emozioni. Ci racconta che cosa prova nel scendere quei pochi gradini che lo porterebbero a toccar finalmente la terra ferma.

E ci racconta anche di come sia attanagliato dalla paura, quando alza lo sguardo e scorge l’orizzonte della città che ha di fronte a sè. In quel momento si rende conto che il mondo non è come il Virginian. Che il mondo è enorme, sconfinato. E’ senza fine.

E tutta questa enormità è troppo per lui. Lo spaventa. E torna indietro. Al sicuro. Dentor i confini della sua nave. La sua culla e la sua morte.

 

Il Testo del monologo.

“Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.

Col mio cappotto blu, primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi. Riesci a capire, fratello? E’ quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

Ma se tu… Me se io salgo su quella scaletta, e davanti a me… ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti,

che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora… Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedete le strade? Anche solo le strade! Ce n’era a migliaia! Come fate voi laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo… Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce… e quanto ce n’è. Non avete voi paura di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità… solo a pensarla? A viverla…

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così.

La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò da questa nave… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

 

E tu come lo faresti?

Non pensi che sia bellissimo poter interpretare questo monologo? Poter interpretare un personaggio tanto potente e delicato come quello di Novecento?

Beh, allora provaci! Anche tu mettiti in gioco come ha fatto Alberto!

Non fare il timido e buttati, unisciti a noi.

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Il Monologo di Novecento, da "Novecento" di Alessandro Baricco
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Il Monologo di Novecento, da "Novecento" di Alessandro Baricco
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Novecento è uno dei grandi capolavori italiani. Un monologo in cui si racconta una storia bellissima che entra dentro e non se ne va più. Scoprilo con noi!
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